Preferisco annoiarmi

Aeroporto di Ciampino, cinque minuti circa alla chiusura del gate. L’aria è viziata e la folla quanto mai eterogenea: uomini e donne di mezza età, anziani, carabinieri in divisa, suore e un paio di coppie sui vent’anni. Di addetti all’imbarco nemmeno l’ombra. Mi siedo per terra e ricontrollo il biglietto. Sono le 19:50 e la partenza del volo è prevista per le 20:05. Mi guardo intorno in cerca di segnalazioni sui tabelloni, ma l’unico schermo acceso è quello di fronte a noi, che trasmette a ripetizione uno spot in cui la vita dei sorridenti e bellissimi protagonisti è resa magnifica dai selfie che scattano in ogni luogo e in qualunque occasione; a seguire, un anonimo tg rivela l’andamento degli indici delle borse mondiali, quasi tutte in rialzo, compreso il settore editoriale in Italia (!!). Lucido tentativo, in un luogo di passaggio considerato “neutrale” perché al di fuori dello spazio della televisione e degli altri media, di sviare la nostra attenzione, sin troppo segmentata e confusa a causa della miriade di stimoli ai quali siamo costantemente sottoposti, dalle questioni realmente importanti, facendo leva su un immaginario collettivo alterato, per il quale l’apparenza basta a creare una realtà a sé stante, in cui rifugiarsi e poter di-mostrare agli altri che va tutto bene. Sempre più connessi, sempre più soli. Mentre mi crogiolo nelle mie supponenti supposizioni, di certo senza alcun fondamento, sul carattere vagamente persuasivo della catena mediatica trasmessa dagli schermi dell’aeroporto, cerco disperatamente un segno, il via libera all’imbarco, l’hostess che finalmente potrà redimerci da questa straziante attesa. Ore 20:15. A quest’ora dovremmo già essere tutti a bordo del boeing 737, a quest’ora, pensavo, se avessi uno smartphone o un tablet, magari di quelli che pubblicizzavano poc’anzi e che tutti qui in fila, a parte le suore, tengono in mano da un’ora e mezza circa, avrei potuto chiamare l’ufficio reclami o il numero verde dell’aeroporto per avere le dovute spiegazioni. Mentre impreco e visibilmente insofferente mi sfilo il giacchetto, me lo rimetto, bisbiglio qualche frase per nulla bonaria al malcapitato addetto del gate a fianco e tento di ascoltare le sporadiche comunicazioni provenienti dagli altoparlanti, i miei compagni d’avventura, al contrario, sembrano piuttosto rilassati, perché completamente assorbiti dall’altro mondo, quello digitale, dove non ci si annoia mai perché c’è sempre qualcosa da fare e le interazioni sociali sono a portata di click: un mondo dove tutto appare estremamente semplice, una dimensione completamente parallela e per certi versi opposta a quella reale. E’ come se il tempo infinitamente dilatato del web avesse inghiottito tutti, in qualunque luogo ci si trovi, grazie ai dispositivi portatili, e in qualsiasi situazione; il rischio che si corre, tuttavia, è reale: durante le ore trascorse in fila, più di un centinaio di persone, differenti per sesso, età e regione, hanno preferito starsene al loro posto, senza protestare, senza interagire tra loro o far domande, con il loro smartphone/tablet tra le mani, come fossero ipnotizzati, aspettando passivamente che qualcuno giungesse ad aprire i cancelli, per poi riversarsi come una mandria impazzita oltre quest’ultimi. Il fine della tecnologia è semplificarci la vita e rendercela meno noiosa; ma se occupiamo il nostro già miserrimo tempo libero in un mondo fittizio che non ci appartiene veramente, dimenticandoci di riflettere su ciò che è realmente importante, e se ci affidiamo alla tecnologia ogni qualvolta ci troviamo in difficoltà, senza sforzarci di comprendere gli eventi nel profondo, non stiamo forse compiendo un processo di de-involuzione del genere umano? Questi e altri pensieri circa il progresso affollavano la mia mente, quando finalmente, con un’ora e trenta di ritardo, ci fanno imbarcare. Per affrontare un viaggio di quaranta minuti, durante il quale la maggior parte delle persone ha dormito. Forse si erano stancate troppo nella loro second life o forse, in questo brutto mondo, è meglio non pensare, chiudere gli occhi e fregarsene … dei pesci. Dopotutto pescare è noioso.

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