A proposito dell’articolo di Alessandro Zabban: “Sharing Economy: come il capitale assorbe la sua critica”

Link all’articolo in questione:http://www.ilbecco.it/worktelling/item/2116-sharing-economy-come-il-capitale-assorbe-la-sua-critica.html#comment26

Dopo essermi laureata in storia dell’arte, mi sono iscritta ad un corso di laurea diametralmente opposto: comunicazione pubblicitaria. E questo non perché la mia passione per l’arte sia venuta meno, tutt’altro; l’ho fatto perché voglio capire, potendone osservare gli ingranaggi direttamente, dal suo intero, come quel mostro noto col nome di capitalismo agisce, quali sono le dinamiche che ne inducono il movimento e, possibilmente, come agirà in futuro. Il mio spirito da sabotatrice sociale è stato sempre vivo, fino a quando sono venuta a conoscenza di concetti come quello di sharing economy, democrazia digitale, libero accesso alle informazioni,  condivisione e peer to peer: lì qualcosa in me si è sopito, per una volta nella vita ho pensato che la mia lotta contro – a prescindere-  il sistema fosse sbagliata, che io mi ero sbagliata, che finalmente, tutti avevano capito che il modello capitalistico aveva fallito, e che coloro i quali lo avevano portato al suo picco massimo di consumi, stavano trovando un rimedio per limitarne i danni. Tuttavia, più la professoressa parlava, più gli esperti chiamati in causa durante le lezioni tentavano di conviverci di abbracciare questo nuovo mondo, ricco di opportunità e di libertà, più mi poneva questi interrogativi: è veramente questo quello che le multinazionali vogliono? davvero si sono rese conto di ciò che hanno fatto, e con umiltà stanno abbracciando valori che sono propri di una dimensione opposta alla logica del profitto? Non sono ancora arrivata ad una conclusione, per inciso. Ho potuto recuperare un po’ di fiducia nel sistema scoprendo casi di aziende virtuose, perché è vero, ci sono. Non sono nemmeno convinta che questa grande rivoluzione attorno alla parola sharing sia del tutto sbagliata, ci sto ragionando su. La domanda migliore, però, è questa: siamo ancora convinti di poter abbattere il sistema e costruire un mondo migliore? Non siamo forse tutti degli sporchi ipocriti, che percorrono anch’essi binari già segnati? E’ vero, abbiamo sempre il libero arbitrio, o meglio, citando il grande Adorno “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”; tuttavia è una libertà illusoria, un po’ come un bug in un videogame: continuerà a dar fastidio, ma non cambierà il gioco e non uscirà dal suo schema preimpostato. Tutto questo per dire, cari Beccai, che forse la vera lotta non è la resistenza fine a se stessa, quanto piuttosto l’esigenza di agire come se la nostra fosse una vera e proprio causa scientifica: occorre entrare nei laboratori che detengono il virus, osservarlo al microscopio, analizzarlo e scoprirne così cause ed effetti. Per poterne cambiare il corso.

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One thought on “A proposito dell’articolo di Alessandro Zabban: “Sharing Economy: come il capitale assorbe la sua critica”

  1. Purtroppo però lo Sharing Economy è abbastanza limitato e cresce con molta lentezza, perché? Perché secondo me è impossibile trovare facilmente una via di mezzo per eguagliare spese, consumi e dipendenza fisica e meccanica. Con questo voglio dire che ancora moltissime aziende sfruttano la globalizzazione a suo favore, infatti la globalizzazione più che portare bene sta riducendo ogni singola cosa all’unisono della forma che sfocia poi direttamente nello spreco più assoluto. Ora, è giusto che ci si abiliti affinché si riducano gli sprechi, si eguaglino i diritti dei lavoratori e degli imprenditori, si produca più lavoro e più risorse necessarie allo sviluppo di un paese. Ma chi lo fa? O meglio… chi lo fa realmente? Prendi in considerazione “Amazon”, ha moltissime filiali e l’unica che agisce in favore dei lavoratori è quella situata in Germania. Amazon spreme i suoi lavoratori e li sottopaga in una maniera terribile ma è sempre una delle prime aziende di commercio online nel mondo. Ma sarebbe lo stesso se si condividessero ideali di consumismo e di parità di diritti inferiori a quelli attuali? Non penso. Il potere vuole potere.
    Concordo comunque sull’ultima parte del discorso, ne ho parlato nell’ultimo post sul mio blog. Bisogna conoscere qualsiasi cosa per riuscire a cambiare ciò che vogliamo davvero. Purtroppo il cambiamento è una cosa lenta, molto lenta.

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