# REMINISCENZE #

Rewind.

In maniera analogica, come quando infilavi la matita nel foro dell’audiocassetta per riavvolgerla.

#1

Dal parrucchiere: ‘Signora, sua figlia ha i capelli ribelli, o si tagliano… o si tagliano’.

#2

Era un giorno d’estate, o così mi pare di ricordare: fuori pioveva e noi eravamo tutti stipati in una stanza, con le valigie piene di Lego aperte. Ognuno di noi doveva scegliere chi far entrare nella casa appena costruita ed io ero arrivata per ultima – anche se così non fosse stato, ero sempre e comunque l’ultima, perché ero la più piccola – quindi trovai solo un normale omino Lego giallo, con quegli occhi neri e quel sorriso finto stampato che tutti gli omino Lego normali hanno. In compenso, il vestito era a righe blu e bianche e metteva una certa allegria; tuttavia il mio omino era pelato, cosicché non mi hanno permesso di entrare in quella reggia di mattoncini. Non mi restava che scavare con le mani fino a farmi male, per cercare dei capelli che non ho mai trovato.

#3

Era il 31 dicembre ed eravamo tutti insieme come ogni anno. Quando scattò la mezzanotte, diedero un fuoco d’artificio in mano a Simone che lo piantò a terra. Al contrario. Ci fu un gran botto e per un una trentina di secondi tutto fu silenzio e cenere.

#4

In piscina, come ogni giorno d’estate. Passavo ore ed ore a nuotare e giocare e quando uscivo, metà dell’acqua era nella mia pancia, gonfia come un cocomero. Pronta a scoppiare.

#5

Gli altri bambini giocavano, urlavano, facevano a lotta: io me ne stavo sola sull’altalena, in silenzio. Pensavo alla mia mamma che era in ospedale, e avevo tanta paura di non vederla mai più. Quando è tornata, aveva un seno più piccolo dell’altro, ma il suo odore era sempre lo stesso.

#6

La mia compagna di banco, all’esame di quinta elementare, scrisse un tema dal titolo “La mamma che vorrei”. Non era la sua, era la mia.

#7

In gita, forse avevo dieci anni, a noi riservarono un pullman a parte. Dicevano che non c’entravamo tutti in quello grande. Eravamo una decina, tra genitori e figli, e cantavamo bandiera rossa, avevamo il pranzo al sacco e i piedi scalzi. Mentre tutti gli altri mangiavano pesce al ristorante, con le maestre.

#8

Della matematica mi ricordo: NON SUFFICIENTE. La maestra diceva che ero stupida, mentre mio fratello era un genio.

#9

Era la recita di fine anno. Le femminucce portavano una gonna lunga e scura, mentre ai maschietti toccarono i blue jeans. Le maestre si erano raccomandate ai genitori di farci indossare una maglietta a tinta unita, bianca. Io ero l’unica in canottiera, tra altri 49 bambini in t-shirt.

#10

Una volta andava di moda il gioco della monetina. Disegnavamo un percorso, una specie di gioco dell’oca, e lo scopo era mettersi in contatto con l’aldilà. Chissà se era davvero lo spirito della nonna Maria,  con la quale mia sorella tentava di parlare, a far muovere quella fottuta monetina, oppure se era tutta una farsa. Non l’ho mai scoperto, e forse è meglio così.

#11

Il macellaio del negozio a fianco mi saluta e mi dice qualcosa, ma io non lo capisco. Me lo ripete, ma anche questa volta io proprio non lo capisco. Spazientito, mi pone la stessa domanda per la terza volta: e io continuo a non capire. Al che, per non apparire troppo idiota, gli rispondo di NO, sperando di essere fortunata. Allora il macellaio inorridito fa: “Come, non gli vuoi bene alla tua nonna?”.

#12

Una volta sono svenuta in macelleria. Ero andata per comprare tre hamburger.

#13

Qualcuno mi ha detto che i numeri pari portano sfiga.

* Il punto è che non ho nulla da dire, sebbene ci sia tanto da dire.

Artwork by j0sh1e

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