Inchiostro rosso, brillante

Con il sole addosso

guarire

le mie ferite

 

Lo sguardo diritto

allontano il buio dentro

accecandolo

 

Mi abbandono,

la testa piegata

sul collo

 

La mano destra

impugna la penna,

scivola di lato

 

Le labbra umide,

sempre più umide,

la bocca secca,

ancora più secca

 

Mi tolgo i vestiti,

le gambe pesanti

trovano sollievo

sul pavimento gelido

 

Sento

la terra, la sabbia

l’acqua dei fiumi che evapora

le micro fluttuazioni dell’essere,

le particelle, le cellule,

il sangue nelle vene

sporgenti

brillare

 

Il foglio bianco

brillare

le dita rugose,

come aridi pianeti

 

Vedo

tutti i difetti,

la carne superflua,

il peso degli eventi,

l’inconsistenza pervasiva

dei pensieri

 

E’ vicina l’ora del congiungimento

l’eterno sogno

eterno godimento

Ultimo spazio di libertà

L’ultimo spazio comunicativo

rimastomi autentico

in questo oceano

compresso e iperconnesso

nel sovraffollamento

mediatico dell’era dell’eccesso:

 

è la parola

che non esige attenzione

ma rimane, sospesa,

al pari di un’idea inespressa;

 

è la parola

che non brama consenso

né pretende d’essere diversa

perché è consapevole

del suo essere effimera essenza;

 

è la parola

che non è logora,

che non si piega alla logica,

che scivola senza alcuna fretta

per il solo gusto di esistere e farsi

poetica

POSEIDONE HA TRE GAMBE

Un bar che fa sconti e i binari pressoché deserti: che architettura magnifica, con i piloni di granito e le panche marmoree, la brezza che dal mare viene a scompigliarmi la chioma, ormai stoppa per la troppa salsedine. Tutt’intorno la rigogliosa macchia si fa sempre più verde, per poi riversarsi nel profondo blu. Persino Trenitalia qui è giustificata per i suoi ritardi: un’ora trascorre in fretta osservando le onde del mare infrangersi sulla battigia, al largo le isole con i loro contorni sfumati, i bimbi abbronzati – anche loro accettano di buon grado di pazientare. Sembra un quadro di Leonardo, sospeso nella sua ineffabile indefinitezza. Il profumo dell’origano si mescola all’odore acre di bruciato, a creare un’essenza senz’altro unica. Cose e persone paiono ammantate da una patina di calma e saggezza, intrisa di noia e bagnata di consapevolezza: qui sull’isola aspettare ha un sapore diverso. Ecco, gli Dei sembrano aver lasciato in questa terra le più incredibili tracce del loro passaggio : sottese, ma palpabili, concrete ma fluttuanti a mezz’aria. E tutto si fa più leggero, come se Poseidone avesse tre gambe.

786 m s.l.m.

Chi siete voi?

Abitanti di lago o di montagna ?

Quante porte sbarrate e quanti stretti vicoli incontrerò lungo la tortuosa via che porta alla rocca? Quante rose nasceranno al primo lembo di terra vergine e quante serpi periranno ancora sull’asfalto, schiacciate dagli pneumatici delle jeep cariche di legna?

Ogni giardino è uno spazio sacro, un segreto tra chi lo cura e chi lo venera in silenzio passeggiando. I pomeriggi immobili profumano di pietra antica e salvia e rosmarino.

L’aria fresca della sera penetra dalla nostra finestra e di colpo non soffro più l’indefinitezza dell’estate. Poi, quando fa notte, spuntano certi insetti, che chiamano di Sant’Antonio. E si impadroniscono delle antiche vie, tra le erbacce rigogliose.

 

Mi mancherà tutto di questo luogo.

TANGO

Come erano belli tutti quegli esseri umani con gli occhi chiusi, abbracciati fluttuando sotto il cielo scuro di una notte senza luna.

Eseguivano movimenti garbati, un passo dietro l’altro con una precisione millimetrica, eppure da tanta compostezza risultava un genuino avvicendarsi di corpi e anime sospese nel tempo e nello spazio di un brano.

Quando una coppia finiva sotto il fascio di luce della lampada al neon, se ne percepiva la tensione dalla contrazione dei muscoli che affioravano timidi sotto le lunghe vesti di seta delle signore,  o dai solchi delle rughe d’espressione dei cavalieri, che si facevano nette.

In un lembo di parquet posticcio steso al centro di una piazza medievale i ballerini di tango danzavano incuranti del mondo fuori, troppo concentrati nel loro leggiadro sentirsi per preoccuparsi degli sguardi indiscreti di spettatori improvvisati.

 

LA SIGNORA IN VIOLA #2

La signora in viola avanza a piccoli passi verso i due ragazzi, che nel frattempo si sono presi mano nella mano, per farsi coraggio; lui ha le ascelle pezzate, mentre a lei è colata la matita nera sotto gli occhi, e la frangetta le si è appiccicata in fronte, divisa in due ciocche sudate come fosse un sipario socchiuso.

Solo qualche centinaio di metri più avanti la signora senza mignoli si è tolta gli occhiali da sole e li ha riposti nella tasca destra del suo cappotto lucido, mentre nell’altra conserva qualcosa di così piccole dimensioni che riuscirebbe a nascondere interamente nel palmo della mano. Da un cielo sgombro da nubi e così azzurro che pare finto, un sole aggressivo cade a picco in testa agli ormai sparuti viaggiatori che aspettano il treno al binario tre.

Non sappiamo quanto tempo sia passato dacché la signora in viola si è alzata dalla panca di marmo, perché il suo camminare somiglia ad una passeggiata sulle nuvole, tanto è leggiadra nei movimenti, composta e misurata; punta diritto verso i ragazzi ma è evidente che non ha fretta alcuna, e anche se ne avesse, non potrebbe darlo a vedere.

“Torniamo all’ombra Leo, mi sento mancare”, “Se scappiamo, quella ci inseguirà”, “Ma se cammina a malapena! Vogliamo aspettare che ci arrivi addosso?”, “Va bene, allora andiamo al bar, dove c’è più gente. Tutta questa storia mi sta dando alla testa”.

I ragazzi, rinfrancati dal nuovo proposito, raccolgono i bagagli e fanno per incamminarsi verso la grande insegna luminosa del bar, quando dai vetusti altoparlanti della stazione esce prima timida e gracchiante, poi sempre più potente e chiara, la voce che annuncia l’imminente arrivo del treno ritardatario, al binario tre.

I signori viaggiatori sono pregati di allontanarsi dalla linea gialla 

“Hai sentito? Sta arrivando il treno!”, “Abbiamo aspettato così tanto che proprio adesso doveva arrivare questo treno infame, e ora che facciamo?”, “Se lo prendiamo, quella prima o poi ci raggiunge. In caso contrario, perdiamo i soldi del biglietto, e chissà quanto dobbiamo aspettare prima che ne arrivi un altro!”.

I signori viaggiatori sono pregati di allontanarsi dalla linea gialla

“Ormai non abbiamo scelta, dobbiamo salire, e lei ci sta alle calcagna”.

Il treno arriva sferragliando al binario tre, la signora in viola è a qualche metro dai ragazzi e sta per estrarre qualcosa dalla tasca sinistra del cappotto viola, ma con lo spostamento d’aria i capelli le finiscono davanti agli occhi, facendola esitare per qualche preziosissimo secondo, giusto il tempo di sistemare i ciuffi ribelli dietro le orecchie.

“Saliamo, ora, muoviti!”.

In un battibaleno la coppia è sul treno; corrono sbatacchiando i bagagli ad ogni angolo dei lerci vagoni di seconda classe, in cerca del controllore. Non hanno la sicurezza che quella donna possa fargli del male, e questo non fa che alimentarne l’angoscia; non possono urlare perché passerebbero per pazzi, eppure non riescono a darsi pace, hanno disperatamente bisogno di qualcuno che li rassicuri, di un’autorità che garantisca per la loro incolumità.

“Mi scusi! Mi scusi!”, “Che problemi ci sono?”, “Io e la mia ragazza siamo davvero spaventati, in stazione c’era una signora strana, vestita di viola dalla testa ai piedi, ci ha guardati tutto il tempo, addirittura ad un certo punto – diglielo anche tu Clelia – ad un certo punto ha sbattuto gli occhi e dove prima c’era l’ombra è arrivato il sole, così, in un secondo!”, “Si, va bene, ma quindi? Che cosa vi fa pensare che sia pericolosa? La primavera può giocare brutti scherzi … ”, “Non ci prenda per imbecilli, la prego, abbiamo la sensazione che sia armata, poco prima di salire stava per estrarre qualcosa dalla tasca! Eccola, è lei, la guardi! Ci ha trovati, sta venendo verso di noi e ha qualcosa in mano!”.

“Salve signora, posso esserle utile?”, “Signora, parla la nostra lingua? Do-you-understand-me?”

La signora in viola, senza fiatare, stende il braccio sinistro in avanti, con il pugno chiuso; scorre lo sguardo vispo prima sul controllore, poi sulla giovane coppia, assicurandosi di averne l’attenzione, e fa schiudere lentamente le dita, una ad una, fino a rivelarne il contenuto.

[…]

 

La prima parte della storia la trovate qui

La signora in viola #1

La storia inizia in una stazione affollata, un martedì mattina di aprile.

La signora che ci interessa è seduta sul bordo di una panca di marmo al binario tre, vicino ad una coppietta d’innamorati. Tutti aspettano un treno che non accenna ad arrivare.

La signora ci interessa perché indossa un lungo cappotto lucido viola, pantaloni aderenti viola, calzette venti denari viola e un paio di sandali con un grande fiore centrale, viola.

Anche i capelli corvini, che il sole di primavera illumina, sembrano proiettare dei riflessi viola.

Potrebbe avere sessant’anni, forse quasi settanta, sembra di statura medio bassa e ha il viso pallido, con le gote rosee di fard e le labbra consumate, rattrappite dalle ingiurie del tempo.

Eppure la signora ha delle mani molto lisce, con unghie lunghissime, internamente sfaldate e ingiallite, ma placcate del colore che più le piace, il viola ovviamente.

Lo smalto è crepato in più punti, perché in questi mesi non poteva di certo perdersi in frivoli vezzi estetici. Ma torniamo ai sandaletti; sono di modesta ecopelle intrecciata fino alle caviglie, marrone chiaro, con questa enorme escrescenza floreale viola. Il fatto curioso è che la signora è munita di sole quattro dita: il mignolo non c’è. La potremmo esaminare per ore, tanto il treno è in ritardo, eppure non riusciremmo a trovare il perduto mignolo della signora in viola. Non c’è, né a destra né a sinistra, è latitante.

Sono trascorsi novantatré minuti, il sole è alto in cielo e la signora è ancora seduta sul bordo della panca di marmo, la coppietta d’innamorati nel frattempo si è spostata all’ombra del pergolato, perché lei odia il sole e non vorrebbe mai rovinarsi il trucco. Lui fa la guardia alle valigie e con la coda dell’occhio cerca il mignolo della donna in viola, per passare il tempo. “Sto sudando Leo, e io odio sudare”, “Lo so, che posso farci io? Questi treni non arrivano mai, ho la sensazione di aver pagato il biglietto per assistere ad uno spettacolo, lo spettacolo dell’immobilità”, “Non capisco, il ritardo non è segnalato sul tabellone, eppure siamo qui da ore”, “Ho appena ricontrollato, binario tre”, “Hai notato quella donna? Non si è mai mossa, sembra una statua”, “E hai visto che piedi bizzarri? Osservali attentamente…le mancano i mignoli, sia di qua che di là!”.

Dopo ore di una stasi che pareva eterna la signora in viola, che forse ha percepito gli sguardi indagatori dei due ragazzi, si gira di scatto verso la zona d’ombra, abbassa gli occhiali scuri lentamente, fin sotto il naso, e sbatte le grosse ciglia grumose una, due, tre volte: un improvviso raggio di sole colpisce in pieno viso prima lei, poi lui. “L’hai visto anche tu?”, “Che cosa?”, “Quella lì, ci ha guardati ed è spuntato il sole, così, in un batter di ciglia”, “Pensavo fosse stata solo una mia sensazione, è inquietante”, “Leo, sta venendo verso di noi, che cosa vorrà?”.

LA SIGNORA IN VIOLA #2

 

 

Il vecchio e il seitan – Piccola storia

Il frigo era vuoto e a cena aspettavamo un paio di amici, quindi sono uscita per andare alla Coop, in quel supermercato che conosco a memoria, perché la disposizione dei prodotti sugli scaffali è sempre la stessa da almeno due anni; mi muovo sicura tra una corsia e l’altra, ma non afferro mai velocemente ciò che mi serve, seguo delle precise logiche che poi sono sempre le stesse, anche quelle.

Al reparto ortofrutta vagava un signore sulla settantina, con i capelli unti e giallicci e il ciuffo spiaccicato in fronte a mo’ di leccata di mucca, gli occhi spenti, velati da una cataratta che fa i capricci: in almeno un paio di occasioni ho avuto la netta sensazione che mi stesse seguendo, senza alcun dubbio mi ha squadrata dalla testa ai piedi, ne sono sicura perché l’ho beccato in flagrante mentre faceva finta di scegliere la mozzarella, mentre io leggevo la scadenza del seitan.

Quella presenza mi inquietava, ad ogni angolo che aggiravo eccolo lì, che mi stava alle calcagna, col suo andamento fiacco: magari è un disperato che non riesce a campare con la misera pensione che percepisce – Stato infame – e vedendo che non mi faccio problemi a riempire il carrello mi sta addosso aspettando il momento del pagamento alla cassa per sfilarmi i soldi dal portafoglio, oppure tenterà lo scambio di busta, e con fare innocente se ne uscirà fischiettando. Peggio ancora, potrebbe essere un maniaco sessuale, uno di quei porci che si recano nei luoghi pubblici solo per palpare qualche ragazza nel fiore dell’età, e ricordarsi così dei bei tempi andati.

Ho raggiunto le casse in uno stato di agitazione spiacevole, dopo aver tentato a più riprese di depistare il maniaco/disperato; la cassiera, flemmatica, ha permesso al vecchio di guadagnarsi il posto dietro di me, gettando al vento i miei sforzi per seminarlo. E’ stato allora che ho sentito un odore pungente, acre, come di ammoniaca andata a male, se è mai possibile che un prodotto chimico ammuffisca; oltre che deviato l’anziano era pure poco avvezzo all’igiene personale, ma guarda un po’ se devo anche patire la puzza di piscio quando vado a fare la spesa!

Nauseata, disgustata da tanta lascivia, pensavo a com’è bella la giovinezza, e a quant’è detestabile la vecchiaia, specialmente quella della generazione dei nostri nonni, che non hanno avuto un’educazione adeguata alla bellezza e all’apparente compostezza della postmodernità; alcuni tentano di adattarsi, ma la maggior parte di essi rimane isolato, uno scarto della società come tutti i poveri, i malati, gli ignoranti, i pazzi e gli incompresi.

Non volevo guardarlo in faccia, il vecchio, mi faceva troppo schifo e la puzza era così penetrante che avrei potuto vomitare sul nastro trasportatore, mancavano solo i biscotti e la marmellata e poi quell’incubo sarebbe finito, sarei potuta uscire fuori e respirare aria fresca, vedere i miei amici che sono tutti così belli, intelligenti e puliti, e di questa storia non ne avrei fatto parola con nessuno.

Appena un istante prima di pagare, ho posato lo sguardo sulla spesa del vecchio; una mozzarella, pane, vino da tavola bianco in tetrapak e una confezione da ottanta pannolini per incontinenti.

<Signorina, signorina! Il pin della carta, prego> <si certo, ecco qua.> ; <Li fa’ i bollini? > <sisi>; <Con questa spesa ha diritto a tre bollini allora> <grazie, buonasera, mi scusi per prima, arrivederci>.

< Aspetti, a me non me servono i bollini, li prenda lei, ecco, so’ tutti quelli che c’ho, tanto sennò li perdo>. <Grazie, grazie. Mi scusi, arrivederci>.

 

Mi scusi, mi scusi, mi scusi, mi scusi, sono giovane, postmoderna e stronza.

E mi viene da piangere.

IL GIOCO DELL’OCA #1

Piove da giorni.

Non fa freddo, ma l’aria è umida, di quell’umido che si infila dal naso e arriva giù, fino alla gola.

 

Le mattinate sono inspiegabilmente miti, con un cielo sgombro dalle nubi. Appena sveglia spalanco le persiane e mi inchino ai raggi del sole che entrano in casa con eleganza, accarezzano dolcemente i lembi del cuscino, si spostano ad assaggiare la consistenza metallica della sedia vicino al letto e stanchi atterrano sul parquet, senza fare alcun rumore.

 

Disegnano una linea geometricamente perfetta, obliqua, dai contorni sfumati: faccio giusto in tempo a seguirne il corso.

 

Il cielo si rabbuia e l’ombra sprofonda nella plumbea luce dell’indistinto, e anche le mura della mia stanza non paiono più tanto immacolate.

 

Piove.

Goccia dopo goccia, al rallentatore, poi sempre più violentemente: ecco la grandine.

Suona i vetri delle finestre barricate, salta impazzita da una tegola all’altra come le palle matte che si vincevano ai flipper da piccoli.

 

Disegna la terra mentre il cielo tuona.

 

La tempesta è breve come il suo ricordo: appena smette di sbraitare scendo in strada e faccio la conta dei danni. Ottomila almeno sono le foglie cadute dopo essere state stuprate, quattrocento le pozzanghere che ho avuto cura di evitare lungo il tragitto.

 

Ciondolando con il naso all’insù ho respirato gli umori di un mezzogiorno altalenante: sottobosco dal parco, soffritto in padella, qualcuno che si fa la doccia con la finestra aperta, che buon odore, che bagnoschiuma usa?, cane bagnato, Narciso Rodriguez, funghi, segatura del vicino falegname, e poi ancora pneumatici, vai piano con quel macchinone tra i vicoli, ormoni adolescenziali, il vocabolario di Greco che quanto cazzo era pesante, fritto che più fritto non si può, forse questa è curcuma, e incenso, rifiuto organico e vernice, merda, oh merda l’ho pestata, erba per pulirsi e ruggine nell’acqua pubblica.

 

Eccomi qua al punto di partenza, come nel gioco dell’oca, ora ricomincio il giro. Qual è la posta in palio?

 

Piove da giorni.

Non fa freddo, ma l’aria è umida, di quell’umido che si infila dal naso e arriva giù, fino alla gola.

POESIA RUVIDA

Finiamo il vino e usciamo,
usciamo proprio adesso
che sta piovendo
 
No, non portare l’ombrello
lascia che il vento ti sconvolga il ciuffo
e il rimmel fresco ti si sciolga
in viso
 
Rotoliamo abbracciate
sopra questa strada
lercia
tra briciole di pane destinate ai piccioni
e merde di cane
con padroni cane
 
Permettimi di pisciare ubriachezza
agli angoli più bui
di questi vicoli sudici
e pentirmi nuovamente
della mia insolenza
 
Lasciami cadere in basso,
sempre più in basso,
fammi sbucciare le ginocchia
e solo allora raccoglimi,
tu che emani luce di salvezza 
 
Tutti hanno bisogno di essere assolti
per il loro essere così troppo
umani
 
Io ho scelto di aggrapparmi a te
che sei fallibile
così che quando sarai tu a crollare
io potrò perdonarti
e sentirmi misericordiosa
proprio come un dio
 
Bada
è un formidabile scambio reciproco
di pezze al culo
e infiniti slanci
verso ciò che trascende