Per un’ecologia del web. Media digitali, pubblicità e informazione.

Introduzione

Il 5 luglio 1993, quando il web era ancora in fasce e veniva utilizzato per lo più dai soli informatici e studiosi di settore, il fumettista Peter Steiner pubblicava sul The New Yorker una vignetta che, a distanza di ventitré anni, incarna perfettamente le problematiche – o le opportunità – di quello che comunemente chiamiamo web 2.0, cioè la seconda generazione di internet. Un cane, seduto di fronte ad un pc, dice a un suo simile: “Su Internet, nessuno sa che sei un cane”. La frase si presta a diverse interpretazioni: su internet chiunque, che sia un cane, il Presidente della Repubblica o Maria Rossi in virtù del – relativo – anonimato può fingersi qualcun altro, esimendosi da ogni responsabilità legata al suo ruolo; un meccanico che nel tempo libero si interessa di musica può scrivere un articolo sul suo blog e ricevere più visualizzazioni e condivisioni di un esperto che gestisce una rubrica sul Rolling Stone e così via. Il termine web 2.0 è stato coniato dall’editore statunitense Tim O’Reilly nel 2004 per rilanciare un’idea di internet che potesse attirare l’attenzione sul cyberspazio dopo il cosiddetto “scoppio della bolla”, con la crisi in Borsa, nel 2000, di molte start up, e il fallimento di tante società di telecomunicazioni. [1] Tra le molteplici definizioni di web 2.0, quella proposta inizialmente dallo stesso O’ Reilly – “l’uso del web come piattaforma” – nonostante fosse piuttosto generica, ebbe parecchio successo e fu ampliata dagli entusiasti sostenitori della rivoluzione del web, ponendo l’accento sulla democraticità, sull’accessibilità e sulla possibilità di creare contenuti (d’ora in avanti Ugc, cioè User generated contents) e scambiarli tra utenti. Quindi, rispetto al primo web – statico e monodirezionale – la versione 2.0 sarebbe più interattiva, partecipativa e relazionale, grazie a quel complesso di applicazioni come chat, blog, forum, social network, piattaforme per la condivisione dei media e wiki, e grazie ai dispositivi utilizzati per accedere alla rete quali pc, palmari, smartphone, tablet, console per videogiocare e, più di recente, dispositivi indossabili. In realtà, come affermò Tim Berners Lee – uno dei padri fondatori del web – in un’intervista che risale al 2006, il web 1.0 nacque proprio per tale scopo, cioè per connettere le persone, piuttosto che le macchine. [2] Nelle intenzioni dei suoi fondatori il web avrebbe dovuto essere un’innovazione sociale piuttosto che un’innovazione tecnica, migliorando la nostra esistenza reticolare nel mondo e aiutando le persone a collaborare. [3] MSN, Amazon, eBay, Degrees (il primo social network), MySpace, Napster (piattaforma di file-sharing musicali) Google, gli eBook e l’e-commerce esistevano già negli anni ’90, così come i forum, i newsgroup o le chat room; cos’è allora che è realmente cambiato, o che sta cambiando con il web 2.0? Cercheremo di rispondere a questa ambiziosa domanda nel corso del nostro elaborato.

 

Web liquido.

 

Quello a cui si è assistito a partire dagli anni ‘80 è un progressivo cammino verso la disintermediazione [4], in ogni ambito della società: dalla politica di stampo populista dell’ “uno vale uno”, all’economia dei market place virtuali come Amazon o del turismo fai-da-te, passando per l’industria dell’informazione del grassroot e citizen journalism fino ad arrivare alla produzione multimediale della “creatività diffusa” – self-publishing, autoproduzioni musicali, blogging, youtubing etc. Si è parlato di disintermediazione come una sorta di presa di coscienza da parte del popolo che tenta di riprendersi gli spazi dai quali era stato tradizionalmente escluso dall’establishment, perché se si fa da soli si risparmiano tempo e denaro, e magari il risultato è anche migliore: una convinzione figlia della società liquida e dell’epoca che vive, la postmodernità, ma anche di un sentimento diffuso di reazione al potere delle classi dirigenti. La crisi delle “grandi narrazioni” che davano un ordine al mondo, il nichilismo, il consumismo e il soggettivismo sono alla base di una società dell’incertezza[5] che non ha fiducia nelle istituzioni, nella comunità, nel prossimo: una società egotica e senza punti di riferimento. Le tecnologie digitali hanno semplificato la vita dell’uomo consentendogli, tra le altre cose, di bypassare gli intermediari, ma il web 2.0 ha accelerato tale processo spingendosi molto oltre la semplice eliminazione di intermediari dal processo di acquisizione di beni e servizi: ciò che viene messo in discussione oggi è l’autorevolezza, che – alcune volte – coincide con il potere. L’utente del web 2.0 esibisce se stesso tramite le proprie opinioni sui blog o sui social network; è dunque caratterizzato da quello che Casetti ha definito un “fare espressivo” , e, soprattutto, “un fare testuale” [6], perché da semplice spettatore passivo diviene produttore – o prosumer, intervenendo direttamente sul testo che fruisce. Il consumo mediatico, grazie ai servizi offerti dal web 2.0 non è più monodirezionale, perché la produzione del messaggio non è un’esclusiva di una élite di professionisti, come avviene per i cosiddetti old media, ma anche un utente inesperto può creare contenuti multimediali – testi, immagini, video – renderli visibili a una comunità di utenti e commentarli insieme a loro. Se questi contenuti siano meramente commerciali oppure disinteressati non è facile stabilirlo; per questo motivo la nostra analisi non può prescindere dalle questioni legate all’emergere della new economy [7] e delle R- technologies – o tecnologie relazionali: se l’era industriale era caratterizzata dal controllo e dallo scambio di beni, la nuova era dell’accesso si caratterizza per il controllo e lo scambio di concetti, idee ed esperienze. [8] La deriva neocapitalistica del web è stata oggetto degli studi di molta letteratura, che tenteremo di sistematizzare, per quanto possibile, nel secondo capitolo della tesi.

 

E’ tutto oro quel che è Big Data.

 

Se le implicazioni sociali e conversazionali sono connaturate nella struttura stessa del web, e se la maggior parte dei nuovi strumenti e servizi sono in realtà soltanto un’evoluzione dei loro antenati degli anni ’90, è opportuno chiedersi se sotto la definizione di web 2.0 come strumento rivoluzionario e democratico, che ha finalmente messo al centro l’uomo, non si nasconda anche qualcos’altro: un lato oscuro e quindi facilmente corruttibile. In questa zona grigia del diritto, si è insinuato il marketing che, da decenni – è infatti una disciplina che nasce a cavallo tra le due grandi guerre, negli USA – si sforza di delineare il profilo del consumatore perfetto. Attraverso il web 2.0 – perfetto alleato dei marketers – sono i consumatori stessi, il più delle volte, a fornire tutte le informazioni necessarie: i dati personali, quelli relativi alle transazioni con carta di credito, le preferenze, le opinioni e, non da ultimi, dei contenuti di valore che le imprese possono sfruttare per risparmiare tempo e denaro. Il mercato pubblicitario ha trovato un terreno particolarmente fertile nel nuovo mondo digitale; dal social media marketing in cui la conversazione sui social network svolge un ruolo preponderante, passando per il flogging[9] fino ad arrivare al native advertising e al branded content. Alla luce dei recenti sviluppi in tema di privacy e tracciabilità degli utenti online e della rivoluzione in atto nel mondo dell’editoria e, più in generale, dell’informazione online, ci sembra sensato svolgere un’analisi strutturale del web 2.0 con un approccio quanto più multidisciplinare e in una prospettiva globale, come globale è la rete. Analizzeremo parte dell’ampia letteratura che si è interessata al tema, testi tecnico-scientifici che trattano di comunicazione e media digitali, manuali più strettamente sociologici ma anche blog, “produzioni dal basso” e pareri di addetti ai lavori. La questione a cui tenteremo di rispondere è se il web 2.0 si stia veramente evolvendo in uno strumento utile ad istaurare relazioni fondate sul mutuo soccorso – tra utenti e aziende, ma anche tra utente e utente e tra cittadino e industria dell’informazione – o se esso sia, utilizzando l’espressione di Metitieri, soltanto un grande inganno, in cui ad aggiudicarsi le fette più grandi della torta – leggasi monopolio commerciale – sono sempre la stessa manciata di multinazionali che assumono il ruolo di gatekeepers, ovvero i guardiani che determinano le condizioni e i termini dell’accesso alle reti. Nel terzo e quarto capitolo dell’elaborato cercheremo di analizzare l’evoluzione della comunicazione di marketing online, le conseguenze sul sistema dell’informazione di un modello di business orientato al profitto e l’interazione delle logiche del marketing con la “creazione dal basso”.

[1] F. Metitieri, Il grande inganno del web 2.0, Bari, Laterza, 2009, p. 19.

 

[2] Ivi, p. 20.

 

[3] F. Colombo, Il potere socievole. Storia e critica dei social media, Milano, Bruno Mondadori, 2013.

 

[4] Termine utilizzato originariamente in riferimento al settore finanziario dallo studioso Paul Hawken nel suo libro The Next Economy, scritto nel 1983, indicante l’eliminazione di intermediari dal processo di acquisizione di beni e servizi (in termini più specifici, alludeva al potere dei consumatori di gestire direttamente gli investimenti finanziari in titoli).

 

[5] La metafora della “modernità liquida”, da quando Sygmunt Bauman l’ha coniata, è entrata nel linguaggio comune per descrivere la modernità nella quale viviamo, in cui a una libertà senza precedenti fanno da contraltare l’incertezza e il disordine. Si vedano S. Bauman, La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999 e Modernità Liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002.

 

[6] F. Casetti, Ritorno alla madrepatria. La sala cinematografica in un’epoca post-mediatica, Fata Morgana, 8, Visuale, 2009, pp. 173 – 188.

 

[7] Con il termine new economy intendiamo tutte le attività economiche e finanziarie legate all’applicazione delle più avanzate tecnologie informatiche e alle telecomunicazioni (ICT).

 

[8] J. Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Milano, Arnoldo Mondadori, 2002.

 

[9] Da “Flog”, neologismo che nasce dall’unione di fake, cioè falso, e blog.

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Inchiostro rosso, brillante

Con il sole addosso

guarire

le mie ferite

 

Lo sguardo diritto

allontano il buio dentro

accecandolo

 

Mi abbandono,

la testa piegata

sul collo

 

La mano destra

impugna la penna,

scivola di lato

 

Le labbra umide,

sempre più umide,

la bocca secca,

ancora più secca

 

Mi tolgo i vestiti,

le gambe pesanti

trovano sollievo

sul pavimento gelido

 

Sento

la terra, la sabbia

l’acqua dei fiumi che evapora

le micro fluttuazioni dell’essere,

le particelle, le cellule,

il sangue nelle vene

sporgenti

brillare

 

Il foglio bianco

brillare

le dita rugose,

come aridi pianeti

 

Vedo

tutti i difetti,

la carne superflua,

il peso degli eventi,

l’inconsistenza pervasiva

dei pensieri

 

E’ vicina l’ora del congiungimento

l’eterno sogno

eterno godimento

Ultimo spazio di libertà

L’ultimo spazio comunicativo

rimastomi autentico

in questo oceano

compresso e iperconnesso

nel sovraffollamento

mediatico dell’era dell’eccesso:

 

è la parola

che non esige attenzione

ma rimane, sospesa,

al pari di un’idea inespressa;

 

è la parola

che non brama consenso

né pretende d’essere diversa

perché è consapevole

del suo essere effimera essenza;

 

è la parola

che non è logora,

che non si piega alla logica,

che scivola senza alcuna fretta

per il solo gusto di esistere e farsi

poetica

POSEIDONE HA TRE GAMBE

Un bar che fa sconti e i binari pressoché deserti: che architettura magnifica, con i piloni di granito e le panche marmoree, la brezza che dal mare viene a scompigliarmi la chioma, ormai stoppa per la troppa salsedine. Tutt’intorno la rigogliosa macchia si fa sempre più verde, per poi riversarsi nel profondo blu. Persino Trenitalia qui è giustificata per i suoi ritardi: un’ora trascorre in fretta osservando le onde del mare infrangersi sulla battigia, al largo le isole con i loro contorni sfumati, i bimbi abbronzati – anche loro accettano di buon grado di pazientare. Sembra un quadro di Leonardo, sospeso nella sua ineffabile indefinitezza. Il profumo dell’origano si mescola all’odore acre di bruciato, a creare un’essenza senz’altro unica. Cose e persone paiono ammantate da una patina di calma e saggezza, intrisa di noia e bagnata di consapevolezza: qui sull’isola aspettare ha un sapore diverso. Ecco, gli Dei sembrano aver lasciato in questa terra le più incredibili tracce del loro passaggio : sottese, ma palpabili, concrete ma fluttuanti a mezz’aria. E tutto si fa più leggero, come se Poseidone avesse tre gambe.

786 m s.l.m.

Chi siete voi?

Abitanti di lago o di montagna ?

Quante porte sbarrate e quanti stretti vicoli incontrerò lungo la tortuosa via che porta alla rocca? Quante rose nasceranno al primo lembo di terra vergine e quante serpi periranno ancora sull’asfalto, schiacciate dagli pneumatici delle jeep cariche di legna?

Ogni giardino è uno spazio sacro, un segreto tra chi lo cura e chi lo venera in silenzio passeggiando. I pomeriggi immobili profumano di pietra antica e salvia e rosmarino.

L’aria fresca della sera penetra dalla nostra finestra e di colpo non soffro più l’indefinitezza dell’estate. Poi, quando fa notte, spuntano certi insetti, che chiamano di Sant’Antonio. E si impadroniscono delle antiche vie, tra le erbacce rigogliose.

 

Mi mancherà tutto di questo luogo.

TANGO

Come erano belli tutti quegli esseri umani con gli occhi chiusi, abbracciati fluttuando sotto il cielo scuro di una notte senza luna.

Eseguivano movimenti garbati, un passo dietro l’altro con una precisione millimetrica, eppure da tanta compostezza risultava un genuino avvicendarsi di corpi e anime sospese nel tempo e nello spazio di un brano.

Quando una coppia finiva sotto il fascio di luce della lampada al neon, se ne percepiva la tensione dalla contrazione dei muscoli che affioravano timidi sotto le lunghe vesti di seta delle signore,  o dai solchi delle rughe d’espressione dei cavalieri, che si facevano nette.

In un lembo di parquet posticcio steso al centro di una piazza medievale i ballerini di tango danzavano incuranti del mondo fuori, troppo concentrati nel loro leggiadro sentirsi per preoccuparsi degli sguardi indiscreti di spettatori improvvisati.

 

LA SIGNORA IN VIOLA #2

La signora in viola avanza a piccoli passi verso i due ragazzi, che nel frattempo si sono presi mano nella mano, per farsi coraggio; lui ha le ascelle pezzate, mentre a lei è colata la matita nera sotto gli occhi, e la frangetta le si è appiccicata in fronte, divisa in due ciocche sudate come fosse un sipario socchiuso.

Solo qualche centinaio di metri più avanti la signora senza mignoli si è tolta gli occhiali da sole e li ha riposti nella tasca destra del suo cappotto lucido, mentre nell’altra conserva qualcosa di così piccole dimensioni che riuscirebbe a nascondere interamente nel palmo della mano. Da un cielo sgombro da nubi e così azzurro che pare finto, un sole aggressivo cade a picco in testa agli ormai sparuti viaggiatori che aspettano il treno al binario tre.

Non sappiamo quanto tempo sia passato dacché la signora in viola si è alzata dalla panca di marmo, perché il suo camminare somiglia ad una passeggiata sulle nuvole, tanto è leggiadra nei movimenti, composta e misurata; punta diritto verso i ragazzi ma è evidente che non ha fretta alcuna, e anche se ne avesse, non potrebbe darlo a vedere.

“Torniamo all’ombra Leo, mi sento mancare”, “Se scappiamo, quella ci inseguirà”, “Ma se cammina a malapena! Vogliamo aspettare che ci arrivi addosso?”, “Va bene, allora andiamo al bar, dove c’è più gente. Tutta questa storia mi sta dando alla testa”.

I ragazzi, rinfrancati dal nuovo proposito, raccolgono i bagagli e fanno per incamminarsi verso la grande insegna luminosa del bar, quando dai vetusti altoparlanti della stazione esce prima timida e gracchiante, poi sempre più potente e chiara, la voce che annuncia l’imminente arrivo del treno ritardatario, al binario tre.

I signori viaggiatori sono pregati di allontanarsi dalla linea gialla 

“Hai sentito? Sta arrivando il treno!”, “Abbiamo aspettato così tanto che proprio adesso doveva arrivare questo treno infame, e ora che facciamo?”, “Se lo prendiamo, quella prima o poi ci raggiunge. In caso contrario, perdiamo i soldi del biglietto, e chissà quanto dobbiamo aspettare prima che ne arrivi un altro!”.

I signori viaggiatori sono pregati di allontanarsi dalla linea gialla

“Ormai non abbiamo scelta, dobbiamo salire, e lei ci sta alle calcagna”.

Il treno arriva sferragliando al binario tre, la signora in viola è a qualche metro dai ragazzi e sta per estrarre qualcosa dalla tasca sinistra del cappotto viola, ma con lo spostamento d’aria i capelli le finiscono davanti agli occhi, facendola esitare per qualche preziosissimo secondo, giusto il tempo di sistemare i ciuffi ribelli dietro le orecchie.

“Saliamo, ora, muoviti!”.

In un battibaleno la coppia è sul treno; corrono sbatacchiando i bagagli ad ogni angolo dei lerci vagoni di seconda classe, in cerca del controllore. Non hanno la sicurezza che quella donna possa fargli del male, e questo non fa che alimentarne l’angoscia; non possono urlare perché passerebbero per pazzi, eppure non riescono a darsi pace, hanno disperatamente bisogno di qualcuno che li rassicuri, di un’autorità che garantisca per la loro incolumità.

“Mi scusi! Mi scusi!”, “Che problemi ci sono?”, “Io e la mia ragazza siamo davvero spaventati, in stazione c’era una signora strana, vestita di viola dalla testa ai piedi, ci ha guardati tutto il tempo, addirittura ad un certo punto – diglielo anche tu Clelia – ad un certo punto ha sbattuto gli occhi e dove prima c’era l’ombra è arrivato il sole, così, in un secondo!”, “Si, va bene, ma quindi? Che cosa vi fa pensare che sia pericolosa? La primavera può giocare brutti scherzi … ”, “Non ci prenda per imbecilli, la prego, abbiamo la sensazione che sia armata, poco prima di salire stava per estrarre qualcosa dalla tasca! Eccola, è lei, la guardi! Ci ha trovati, sta venendo verso di noi e ha qualcosa in mano!”.

“Salve signora, posso esserle utile?”, “Signora, parla la nostra lingua? Do-you-understand-me?”

La signora in viola, senza fiatare, stende il braccio sinistro in avanti, con il pugno chiuso; scorre lo sguardo vispo prima sul controllore, poi sulla giovane coppia, assicurandosi di averne l’attenzione, e fa schiudere lentamente le dita, una ad una, fino a rivelarne il contenuto.

[…]

 

La prima parte della storia la trovate qui

La signora in viola #1

La storia inizia in una stazione affollata, un martedì mattina di aprile.

La signora che ci interessa è seduta sul bordo di una panca di marmo al binario tre, vicino ad una coppietta d’innamorati. Tutti aspettano un treno che non accenna ad arrivare.

La signora ci interessa perché indossa un lungo cappotto lucido viola, pantaloni aderenti viola, calzette venti denari viola e un paio di sandali con un grande fiore centrale, viola.

Anche i capelli corvini, che il sole di primavera illumina, sembrano proiettare dei riflessi viola.

Potrebbe avere sessant’anni, forse quasi settanta, sembra di statura medio bassa e ha il viso pallido, con le gote rosee di fard e le labbra consumate, rattrappite dalle ingiurie del tempo.

Eppure la signora ha delle mani molto lisce, con unghie lunghissime, internamente sfaldate e ingiallite, ma placcate del colore che più le piace, il viola ovviamente.

Lo smalto è crepato in più punti, perché in questi mesi non poteva di certo perdersi in frivoli vezzi estetici. Ma torniamo ai sandaletti; sono di modesta ecopelle intrecciata fino alle caviglie, marrone chiaro, con questa enorme escrescenza floreale viola. Il fatto curioso è che la signora è munita di sole quattro dita: il mignolo non c’è. La potremmo esaminare per ore, tanto il treno è in ritardo, eppure non riusciremmo a trovare il perduto mignolo della signora in viola. Non c’è, né a destra né a sinistra, è latitante.

Sono trascorsi novantatré minuti, il sole è alto in cielo e la signora è ancora seduta sul bordo della panca di marmo, la coppietta d’innamorati nel frattempo si è spostata all’ombra del pergolato, perché lei odia il sole e non vorrebbe mai rovinarsi il trucco. Lui fa la guardia alle valigie e con la coda dell’occhio cerca il mignolo della donna in viola, per passare il tempo. “Sto sudando Leo, e io odio sudare”, “Lo so, che posso farci io? Questi treni non arrivano mai, ho la sensazione di aver pagato il biglietto per assistere ad uno spettacolo, lo spettacolo dell’immobilità”, “Non capisco, il ritardo non è segnalato sul tabellone, eppure siamo qui da ore”, “Ho appena ricontrollato, binario tre”, “Hai notato quella donna? Non si è mai mossa, sembra una statua”, “E hai visto che piedi bizzarri? Osservali attentamente…le mancano i mignoli, sia di qua che di là!”.

Dopo ore di una stasi che pareva eterna la signora in viola, che forse ha percepito gli sguardi indagatori dei due ragazzi, si gira di scatto verso la zona d’ombra, abbassa gli occhiali scuri lentamente, fin sotto il naso, e sbatte le grosse ciglia grumose una, due, tre volte: un improvviso raggio di sole colpisce in pieno viso prima lei, poi lui. “L’hai visto anche tu?”, “Che cosa?”, “Quella lì, ci ha guardati ed è spuntato il sole, così, in un batter di ciglia”, “Pensavo fosse stata solo una mia sensazione, è inquietante”, “Leo, sta venendo verso di noi, che cosa vorrà?”.

LA SIGNORA IN VIOLA #2

 

 

Il vecchio e il seitan – Piccola storia

Il frigo era vuoto e a cena aspettavamo un paio di amici, quindi sono uscita per andare alla Coop, in quel supermercato che conosco a memoria, perché la disposizione dei prodotti sugli scaffali è sempre la stessa da almeno due anni; mi muovo sicura tra una corsia e l’altra, ma non afferro mai velocemente ciò che mi serve, seguo delle precise logiche che poi sono sempre le stesse, anche quelle.

Al reparto ortofrutta vagava un signore sulla settantina, con i capelli unti e giallicci e il ciuffo spiaccicato in fronte a mo’ di leccata di mucca, gli occhi spenti, velati da una cataratta che fa i capricci: in almeno un paio di occasioni ho avuto la netta sensazione che mi stesse seguendo, senza alcun dubbio mi ha squadrata dalla testa ai piedi, ne sono sicura perché l’ho beccato in flagrante mentre faceva finta di scegliere la mozzarella, mentre io leggevo la scadenza del seitan.

Quella presenza mi inquietava, ad ogni angolo che aggiravo eccolo lì, che mi stava alle calcagna, col suo andamento fiacco: magari è un disperato che non riesce a campare con la misera pensione che percepisce – Stato infame – e vedendo che non mi faccio problemi a riempire il carrello mi sta addosso aspettando il momento del pagamento alla cassa per sfilarmi i soldi dal portafoglio, oppure tenterà lo scambio di busta, e con fare innocente se ne uscirà fischiettando. Peggio ancora, potrebbe essere un maniaco sessuale, uno di quei porci che si recano nei luoghi pubblici solo per palpare qualche ragazza nel fiore dell’età, e ricordarsi così dei bei tempi andati.

Ho raggiunto le casse in uno stato di agitazione spiacevole, dopo aver tentato a più riprese di depistare il maniaco/disperato; la cassiera, flemmatica, ha permesso al vecchio di guadagnarsi il posto dietro di me, gettando al vento i miei sforzi per seminarlo. E’ stato allora che ho sentito un odore pungente, acre, come di ammoniaca andata a male, se è mai possibile che un prodotto chimico ammuffisca; oltre che deviato l’anziano era pure poco avvezzo all’igiene personale, ma guarda un po’ se devo anche patire la puzza di piscio quando vado a fare la spesa!

Nauseata, disgustata da tanta lascivia, pensavo a com’è bella la giovinezza, e a quant’è detestabile la vecchiaia, specialmente quella della generazione dei nostri nonni, che non hanno avuto un’educazione adeguata alla bellezza e all’apparente compostezza della postmodernità; alcuni tentano di adattarsi, ma la maggior parte di essi rimane isolato, uno scarto della società come tutti i poveri, i malati, gli ignoranti, i pazzi e gli incompresi.

Non volevo guardarlo in faccia, il vecchio, mi faceva troppo schifo e la puzza era così penetrante che avrei potuto vomitare sul nastro trasportatore, mancavano solo i biscotti e la marmellata e poi quell’incubo sarebbe finito, sarei potuta uscire fuori e respirare aria fresca, vedere i miei amici che sono tutti così belli, intelligenti e puliti, e di questa storia non ne avrei fatto parola con nessuno.

Appena un istante prima di pagare, ho posato lo sguardo sulla spesa del vecchio; una mozzarella, pane, vino da tavola bianco in tetrapak e una confezione da ottanta pannolini per incontinenti.

<Signorina, signorina! Il pin della carta, prego> <si certo, ecco qua.> ; <Li fa’ i bollini? > <sisi>; <Con questa spesa ha diritto a tre bollini allora> <grazie, buonasera, mi scusi per prima, arrivederci>.

< Aspetti, a me non me servono i bollini, li prenda lei, ecco, so’ tutti quelli che c’ho, tanto sennò li perdo>. <Grazie, grazie. Mi scusi, arrivederci>.

 

Mi scusi, mi scusi, mi scusi, mi scusi, sono giovane, postmoderna e stronza.

E mi viene da piangere.

IL GIOCO DELL’OCA #1

Piove da giorni.

Non fa freddo, ma l’aria è umida, di quell’umido che si infila dal naso e arriva giù, fino alla gola.

 

Le mattinate sono inspiegabilmente miti, con un cielo sgombro dalle nubi. Appena sveglia spalanco le persiane e mi inchino ai raggi del sole che entrano in casa con eleganza, accarezzano dolcemente i lembi del cuscino, si spostano ad assaggiare la consistenza metallica della sedia vicino al letto e stanchi atterrano sul parquet, senza fare alcun rumore.

 

Disegnano una linea geometricamente perfetta, obliqua, dai contorni sfumati: faccio giusto in tempo a seguirne il corso.

 

Il cielo si rabbuia e l’ombra sprofonda nella plumbea luce dell’indistinto, e anche le mura della mia stanza non paiono più tanto immacolate.

 

Piove.

Goccia dopo goccia, al rallentatore, poi sempre più violentemente: ecco la grandine.

Suona i vetri delle finestre barricate, salta impazzita da una tegola all’altra come le palle matte che si vincevano ai flipper da piccoli.

 

Disegna la terra mentre il cielo tuona.

 

La tempesta è breve come il suo ricordo: appena smette di sbraitare scendo in strada e faccio la conta dei danni. Ottomila almeno sono le foglie cadute dopo essere state stuprate, quattrocento le pozzanghere che ho avuto cura di evitare lungo il tragitto.

 

Ciondolando con il naso all’insù ho respirato gli umori di un mezzogiorno altalenante: sottobosco dal parco, soffritto in padella, qualcuno che si fa la doccia con la finestra aperta, che buon odore, che bagnoschiuma usa?, cane bagnato, Narciso Rodriguez, funghi, segatura del vicino falegname, e poi ancora pneumatici, vai piano con quel macchinone tra i vicoli, ormoni adolescenziali, il vocabolario di Greco che quanto cazzo era pesante, fritto che più fritto non si può, forse questa è curcuma, e incenso, rifiuto organico e vernice, merda, oh merda l’ho pestata, erba per pulirsi e ruggine nell’acqua pubblica.

 

Eccomi qua al punto di partenza, come nel gioco dell’oca, ora ricomincio il giro. Qual è la posta in palio?

 

Piove da giorni.

Non fa freddo, ma l’aria è umida, di quell’umido che si infila dal naso e arriva giù, fino alla gola.