POESIA RUVIDA

Finiamo il vino e usciamo,
usciamo proprio adesso
che sta piovendo
 
No, non portare l’ombrello
lascia che il vento ti sconvolga il ciuffo
e il rimmel fresco ti si sciolga
in viso
 
Rotoliamo abbracciate
sopra questa strada
lercia
tra briciole di pane destinate ai piccioni
e merde di cane
con padroni cane
 
Permettimi di pisciare ubriachezza
agli angoli più bui
di questi vicoli sudici
e pentirmi nuovamente
della mia insolenza
 
Lasciami cadere in basso,
sempre più in basso,
fammi sbucciare le ginocchia
e solo allora raccoglimi,
tu che emani luce di salvezza 
 
Tutti hanno bisogno di essere assolti
per il loro essere così troppo
umani
 
Io ho scelto di aggrapparmi a te
che sei fallibile
così che quando sarai tu a crollare
io potrò perdonarti
e sentirmi misericordiosa
proprio come un dio
 
Bada
è un formidabile scambio reciproco
di pezze al culo
e infiniti slanci
verso ciò che trascende
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Peperoncini caduti dal cielo

Questa mattina mi sono svegliata di soprassalto. Ho creduto che il tetto mi stesse cadendo addosso, tanto forte era il rumore.

Non so precisamente cosa stia accadendo lassù, ormai sono giorni che succede, ma la proprietaria di casa farebbe bene a preoccuparsene. Per quanto mi riguarda, il vento non è un problema, anzi; il suono del suo passaggio mi rilassa.

Qui tra i vicoli non c’è mai pace; c’è una stanza di fronte al nostro bagno, e la persiana della finestra si sta sgretolando a poco a poco, a forza di sbattere contro il muro. Un’anta delle due rimane sempre aperta e non ci sono tende, quindi spesso io e Matilde ci buttiamo un occhio dentro. C’è un grande letto arrugginito degli anni ’70, un piccolo comodino di legno e un crocifisso appeso alla parete sopra la porta. Il pavimento è quello tipico delle vecchie case del centro storico, con gli inserti nero e giallo ocra.

In due anni si saranno alternati più o meno una trentina di inquilini, quasi tutti giovani maschi stranieri.

Questa estate, durante il periodo di Umbria Jazz, la stanza era stata affittata ad un ragazzo cinese, e ogni volta che guardavamo di là lo vedevamo seduto davanti al pc. Spesso rideva di cuore.

Il primo anno di università mi capitò di parlare con un collega di Shangai; si faceva chiamare Massimo, ma a parte il suo nome non sapeva una parola di italiano. Mi spiegò in un inglese stentato che in Cina i social network sono tenuti sotto controllo dal governo, ma non ho ben capito se possono accedervi o no.

Dopo il ragazzo felice ne arrivò un altro arabo, che appese la bandiera della Palestina sopra la porta, vicino al crocifisso. Da allora ci è rimasta.

Non mi interessano affatto le vite dei vicini, eppure guardarle scorrere attraverso una finestra è affascinante, anche perché non ne conosco nessuno. Di sera, quando le case si accendono, sembra un presepe; poi verso le 23:30 cominciano a tornare nel buio, una ad una.

A volte, da dietro le tende, si scorgono soltanto le ombre, e allora immaginiamo lunghe conversazioni e scommettiamo sulle prossime mosse che quelle persone faranno. Mi stupisco anche del fatto che non è per nulla difficile prevederle.

Di fronte alla finestra della cucina c’è una casa di studenti, credo che siano calabresi, perché ogni volta che tornano dopo qualche festività portano con sé alcune piante di peperoncino, e le sfoggiano in balcone.

Ieri ero fuori per la solita passeggiata serale con il cane e una violenta folata di vento ha fatto cadere due dei tre vasi dei ragazzi, pochi metri più avanti a noi. Ho pensato immediatamente di avvertirli, poi ho capito che ero stata miracolata, che quei vasi sarebbero potuti cadere in testa a me o a Rocco, e allora ho raccolto i frutti delle piante e me li sono messi nelle tasche. Per pranzo, oggi, cucinerò spaghetti aglio, olio e peperoncino caduto dal cielo.

In città il vento può sbizzarrirsi, perché ci sono tanti fori da riempire e c’è molta ferraglia da smuovere, quindi può suonare musiche d’ogni genere. Se chiudo gli occhi, il cigolio delle grondaie arrugginite, il tintinnio delle antenne sui tetti delle case e il fischio del vento che si insinua nelle crepe delle mura di pietra mi ricorda il concerto che le barche fanno nei porti nei giorni di forza nove.

D’inverno, quando abitavamo sull’isola, mi svegliavo ogni giorno alle 05:50 e rimanevo attentamente in ascolto fino alle 06 in punto; se tutto intorno a me c’era la guerra, allora significava che io potevo rimanere in pace e non andare a scuola. E’ per questo che il vento mi rilassa, perché quando tirava forte attraccare sulla terraferma era impossibile.

Diciassette

Soltanto ieri nevicava, oggi splende il sole.

Aspetto l’ora a cavallo, così sospesa nei suoi gialli ocra e bluette; c’è un ronzio costante nell’aria, come una aspirapolvere otturata perennemente in funzione, e le rondini si cercano per darsi appuntamento nelle loro case.

La metafisica delle ore 17 è così splendente che quasi acceca e fa un po’ paura quando ci cammini in mezzo, tra le sue strade in attesa di riposare definitivamente. Dura soltanto pochi minuti l’ora del passaggio, è un tempo molto denso, come un concentrato di fantasticherie in un sol bicchiere, bevuto tutto d’un fiato. Non si può far altro.

E’ impossibile sfuggire all’ora X, e se ti fermi un momento a contemplarla ne rimani folgorato; ti fa sua creatura, un granello di esistenza che si muove al rallentatore sullo sfondo di uno scenario dipinto ad olio.

E’ vischiosa l’ora del meriggio, quanto la tela del ragno che ti attrae e poi t’intrappola tra i suoi discernimenti, senza possibilità di ritorno.

Basta un secondo per innamorarsene, eppure come tutte le magie cotanta bellezza dura soltanto una manciata di minuti; al pari dell’amante insoddisfatto o dell’ispirazione dell’artista che svanisce sul più bello, a bocca asciutta sprofondi assieme alla notte, che si porta con sé, d’improvviso, ogni speranza di redenzione.

 

 

La neve a novembre

A ciglia serrate

con gli occhi incollati

ho visto nuvole

di cotone e letti

di borotalco luccicanti

tra ramificazioni di zucchero

filato e petali di rosa

blu cobalto

Calatomi in viso

il cappuccio

del cappotto

grigio

che mi sono cucita

addosso

ho immaginato

corpi rosei e nudi

aggrovigliati

all’albero più voluttuoso

che conosci

Scorgo una vasca

in legna di castagno

ricolma d’olio profumato

e dita di piedi

che indulgenti respirano

assieme a bocche e labbra

madide di stucchevoli dolcezze

La eco di risa

e lingue sciorinate

e poi i gemiti

accondiscendenti

un bel tepore

eppure calmo

nel corpo

stanco

Mi fondo e confondo

al legno del tavolo

e scivolo giù

lungo un tunnel

bianco

attorniato da candele

che si sciolgono

lente

come cioccolata fondente

Sogno che nevica

eppure è solo novembre

Ph: Valeria Pierini

Parafrasando Gaber

Mi fa male il mondo

mi fa male il mondo

mi fa male il mondo

mi fa male il mondo

Mi fanno male le dinamiche familiari. I miei genitori mi fanno male quando dicono “hai fatto il tuo dovere”. Mi fa male quando non sono sinceri….. ma ancora di più mi fa male vederli invecchiare.

Mi fa male mio fratello con i suoi pregiudizi ma mi fa più male che non abbia cura di se stesso.

Mi fa male che sono di più le cose che odio, che quelle che amo.

Mi fa male la digestione, in tutti i sensi. Mi fanno male i peperoni, i mediocri, gli arroganti, le bocche a culo di gallina, i libri che rimangono sul comò. Mi fanno male gli e-book, anche se fanno bene alle foreste. Mi fanno male quelli che commentano qualsiasi cosa, che hanno sempre un’opinione su tutto e tutti. Mi fa male quando non ho un’opinione. Mi fa tanto male la parola “istruzione”, come se l’educazione fosse un processo passivo. Mi fanno male quelli che fanno l’Università solo perché “poi prendo il posto di papà…”, mi fanno male anche quelli che la facoltà umanistica non possono permettersi di sceglierla perché “di cultura non si campa…”.

Il lavoro mi fa male. Mi fa male il pensiero di dover servire lo Stato, questo modello di Stato, per tutta la vita. Mi fanno male le multinazionali, gli allevamenti intensivi, le spartizioni tra i potenti, il petrolio e le armi. Mi fa male il modello americano, quello europeo, quello cinese e pure quello arabo. Mi fanno male i modelli. Mi fanno molto male i confini, mi fa male il PIL e mi fa male il “debito”. In sostanza mi fa male il capitale.

Mi fanno male quelle donne che svendono il proprio corpo e ne vanno pure orgogliose. Mi fanno male i loro compagni autoritari, violenti. Gli uomini che non lavano i piatti per principio mi fanno molto male. Mi fanno male le categorie “etero”, “lesbica”, “gay”, “transessuale”, “bisessuale” etc. etc. Mi fa male chi è costretto a rendere conto a qualcun’altro della persona che ama. Mi fa male anche chi della propria sessualità ne fa un vessillo da sventolare orgogliosamente, perché l’accettazione non nasce mai dalla rivendicazione della diversità ma dalla semplice non-negazione di essa.

Le parole mi fanno malissimo. Mi fa male il web 2.0, perché il 47% degli italiani è un “analfabeta funzionale”. Mi fanno male quelli che leggono “Il Giornale” o “Libero” e quei fascisti di Casapound. Mi fa male Facebook, così male che ormai in bacheca vedo soltanto pubblicità e pagine su cui ho cliccato “mi piace”. La logica dei “mi piace” mi fa molto male. Soprattutto, mi fa male quando vedo la foto di una sedicenne svestita con 500 mi piace, e la metà provengono da uomini over25. Le emozioni facili mi fanno molto male, mi danno la nausea. Mi fa male chi sbraita, chi usa le parolacce per fomentare le folle. Mi fanno malissimo quelli troppo sicuri di se stessi. Mi fa male la “sindrome di onnipotenza da tastiera”. Mi fa male quando le persone scrivono “ho” senza h o “qual è” con l’apostrofo. Mi fa male soprattutto che queste persone dicono di essere dei giornalisti o dei gran pensatori. Mi fanno male quelli che “scrivono romanzi” e non ne leggono nessuno. Gli smartphone mi fanno molto male anch’essi. Mi fanno male quelle persone che vanno a cena fuori e stanno tutto il tempo a capo chino sul cellulare. Mi fanno male perché i piatti pesano, spesso bruciano, e bisogna ripetere “mi scusi” due o tre volte prima che si accorgono di te.

Mi fanno male anche i cosiddetti v.i.p. Mi fanno malissimo quelli che pagano per vederli in discoteca, come fossero statue. E poi di statue non ne hanno mai vista una. Mi fa male la gestione del patrimonio artistico. Mi fa male il Ministero dei beni e delle attività culturali, che non promuove né beni né attività culturali. Mi fanno male gli archeologi e i restauratori disoccupati, gli artisti venduti alle lobby, mi fa male quando giovani a cui non manca nulla preferiscono spendere tutto ciò che hanno in alcool e cocaina piuttosto che cinque euro per un’entrata al museo. Mi faccio male anch’io, a volte. Mi fa male pensare che per qualcuno non c’è scampo, non c’è nessuna via d’uscita dalla miseria e dalla disperazione. Di base, mi fanno male i ricchi, perché presuppongono l’esistenza dei poveri. Ma ancora di più mi fanno male l’ipocrisia e l’ignoranza.

Mi fa male l’io, tutti questi io che vogliono essere io in un mare di io. Mi fanno male i figuranti, cioè quelli che vogliono solo apparire, e sono anche ammirati per questo. Mi fanno male gli slogan creati ad hoc per le masse, le masse e i mass-media. I borghesi di sinistra e il loro finto buonismo mi fanno male. Mi fa male chi si riempie la bocca di cultura, di solidarietà e di valori e poi vomita ogni giorno. Mi fanno male tutti i disonesti, quelli che si credono furbi. Naturalmente, mi fa molto male il borghese di destra. Mi fa male che ormai siamo tutti degli schifosi borghesi, e anche il sessantottino sbava per avere altro denaro. Mi fa male anche l’uomo disumanizzato, quello che non ascolta mai la propria coscienza. Mi fanno male le enormi colate di cemento e i macchinoni dei ricchi. Ancora di più mi fanno male i macchinoni dei ricchi che non vanno a gas o metano, cioè quasi tutti. Mi fanno male i monumenti delle grandi città neri di smog, le strade gonfie di spazzatura. Mi fanno male gli scarichi delle industrie, i metalli pesanti nel pesce che mangiamo, mi fanno male i tumori della gente a Taranto a causa dell’Ilva. Mi fanno male le case farmaceutiche e il business degli zombie, perché quando arrivi a novanta anni e prendi trenta pasticche al giorno, allora è meglio crepare. Mi fa male che un uomo in Italia non può decidere di morire, se gli stenti sono più delle gioie. Mi fa male la scienza “ufficiale” perché è serva del business e potenzialmente corruttibile. Mi fanno male quelle persone che “è scientificamente provato!”. Come se gli scienziati non sono esseri umani, quindi fallibili.

Mi fa male che ancora non ci sono cure definitive per l’AIDS, l’epatite C e i tumori. Mi fa male l’essere malfidata. Mi fa male la Chiesa cattolica con tutti i suoi ori, i suoi sfarzi e le sue menzogne.

Mi fanno male le imposizioni. Mi fa male chi crede di possedere la verità, quindi mi fanno male tutte le religioni. Mi fa male la legge, quella stessa legge che fa morire in carcere chi coltiva marjuana o chi esprime la propria disubbidienza, ma scagiona i corrotti, gli stupratori e i mafiosi.

Mi fa male che più penso a ciò che mi fa male e più mi faccio male.

Mi fa male il fatto che mi fanno male tante cose nel mondo, eppure sono ancora qua che mi dolgo senza fare nulla per cambiarle.

Mi fa male pensare

che siamo diventati

così ciecamente abituati

al male

Mi fa male pensare

che il pensiero espresso

dalle parole

mi risulta sempre

così fatalmente banale

* Testo liberamente ispirato alla canzone/prosa “Mi fa male il Mondo” di Giorgio Gaber:

http://www.giorgiogaber.it/discografia-album/mi-fa-male-il-mondo-seconda-parte-canzone-prosa-testo

Pollo ai peperoni

Sei del pomeriggio
gatto accoccolato
sul divano
ha il muso bagnato
OK.
Ho tolto i pantaloni neri
peli di gatto
il pollo è gelato
maionese e formaggio
OK.
Vorrei del vino rosso
va bene pure bianco
in salento usano il rosè
Gli operai non festeggiano
neppure il primo maggio
oggi è ferragosto
il cartellino striscia giù
il capitale va su
TV
Titoli d’apertura
almeno 40 morti
sulle coste della Libia
emergenza immigrazione
disperazione
Politica interna
Riforme manovre miliardi
merda su merda
politici abbronzati
infami
Titoli di coda
Expo fa faville
boom di visitatori
musei al top
Temperature in calo
meglio essere prudenti
per evitare torcicolli
il ventilatore è a tre
Ultimo servizio
Le hits dell’estate
Bob Marley è sul web
tutto è liquido
tutto è tanto
tutto è troppo
‘so much trouble in the world’
Stasera sono sola
e domani ancora
pioverà pioverà
pioverà
Voglio del vino
datemene tanto
ferragosto bagnato
ferragosto fortunato
holé !
Piango sul pollo
piango sul gatto
qualcuno è alla porta
Bukowski e Sepùlveda
sono sul comò
Aprite! Aprite!
Ho trovato del vino bianco
la poesia può aspettare
stasera si brinda
stasera si festeggia
Buon ferragosto Matilde e Pierrot

# REMINISCENZE #

Rewind.

In maniera analogica, come quando infilavi la matita nel foro dell’audiocassetta per riavvolgerla.

#1

Dal parrucchiere: ‘Signora, sua figlia ha i capelli ribelli, o si tagliano… o si tagliano’.

#2

Era un giorno d’estate, o così mi pare di ricordare: fuori pioveva e noi eravamo tutti stipati in una stanza, con le valigie piene di Lego aperte. Ognuno di noi doveva scegliere chi far entrare nella casa appena costruita ed io ero arrivata per ultima – anche se così non fosse stato, ero sempre e comunque l’ultima, perché ero la più piccola – quindi trovai solo un normale omino Lego giallo, con quegli occhi neri e quel sorriso finto stampato che tutti gli omino Lego normali hanno. In compenso, il vestito era a righe blu e bianche e metteva una certa allegria; tuttavia il mio omino era pelato, cosicché non mi hanno permesso di entrare in quella reggia di mattoncini. Non mi restava che scavare con le mani fino a farmi male, per cercare dei capelli che non ho mai trovato.

#3

Era il 31 dicembre ed eravamo tutti insieme come ogni anno. Quando scattò la mezzanotte, diedero un fuoco d’artificio in mano a Simone che lo piantò a terra. Al contrario. Ci fu un gran botto e per un una trentina di secondi tutto fu silenzio e cenere.

#4

In piscina, come ogni giorno d’estate. Passavo ore ed ore a nuotare e giocare e quando uscivo, metà dell’acqua era nella mia pancia, gonfia come un cocomero. Pronta a scoppiare.

#5

Gli altri bambini giocavano, urlavano, facevano a lotta: io me ne stavo sola sull’altalena, in silenzio. Pensavo alla mia mamma che era in ospedale, e avevo tanta paura di non vederla mai più. Quando è tornata, aveva un seno più piccolo dell’altro, ma il suo odore era sempre lo stesso.

#6

La mia compagna di banco, all’esame di quinta elementare, scrisse un tema dal titolo “La mamma che vorrei”. Non era la sua, era la mia.

#7

In gita, forse avevo dieci anni, a noi riservarono un pullman a parte. Dicevano che non c’entravamo tutti in quello grande. Eravamo una decina, tra genitori e figli, e cantavamo bandiera rossa, avevamo il pranzo al sacco e i piedi scalzi. Mentre tutti gli altri mangiavano pesce al ristorante, con le maestre.

#8

Della matematica mi ricordo: NON SUFFICIENTE. La maestra diceva che ero stupida, mentre mio fratello era un genio.

#9

Era la recita di fine anno. Le femminucce portavano una gonna lunga e scura, mentre ai maschietti toccarono i blue jeans. Le maestre si erano raccomandate ai genitori di farci indossare una maglietta a tinta unita, bianca. Io ero l’unica in canottiera, tra altri 49 bambini in t-shirt.

#10

Una volta andava di moda il gioco della monetina. Disegnavamo un percorso, una specie di gioco dell’oca, e lo scopo era mettersi in contatto con l’aldilà. Chissà se era davvero lo spirito della nonna Maria,  con la quale mia sorella tentava di parlare, a far muovere quella fottuta monetina, oppure se era tutta una farsa. Non l’ho mai scoperto, e forse è meglio così.

#11

Il macellaio del negozio a fianco mi saluta e mi dice qualcosa, ma io non lo capisco. Me lo ripete, ma anche questa volta io proprio non lo capisco. Spazientito, mi pone la stessa domanda per la terza volta: e io continuo a non capire. Al che, per non apparire troppo idiota, gli rispondo di NO, sperando di essere fortunata. Allora il macellaio inorridito fa: “Come, non gli vuoi bene alla tua nonna?”.

#12

Una volta sono svenuta in macelleria. Ero andata per comprare tre hamburger.

#13

Qualcuno mi ha detto che i numeri pari portano sfiga.

* Il punto è che non ho nulla da dire, sebbene ci sia tanto da dire.

Artwork by j0sh1e

Mi divertivo un sacco

Ogni tanto penso alla mia infanzia e allora mi ricordo del signor Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio.

Degli zingari a quel tempo ancora non se ne parlava!

Pennac mi piaceva tanto quanto Benni; entrambi strambi come i personaggi che popolano le loro pagine:

Achille piè veloce me lo ricordo conturbante, Lupetto detto Saltatempo invece, ero convinta fosse la mia controparte.

Il terzo ricordo risale al Natale 2001, mi pare, l’anno in cui sotto l’albero trovai Panino al Prosciutto del sobrio Bukowski.

Agli altri bambini, i genitori regalavano i libri di quel topo di cognome Little!

Nel mezzo c’era Fiammadoro, un libro per ragazzi che vorrei rileggere perché profumava di libertà e perché ogni volta che vedo un cavallo bianco penso a lui, a Fiammadoro.

L’ho prestato a mia cugina.

Poi venne il tempo delle prodigiose foreste dell’Allende, delle surreali polveri di Pullman e delle antiche profezie di Mamani;

ho praticamente fatto la strada al contrario: prima la realtà, che non potevo capire perché i bambini fortunati vivono nel loro mondo ingenuo e puerile, poi il sogno fantastico.

Ed oggi

la realtà

la vivo davvero

e il sogno è raro.

Taccio ergo non – Parlo ergo sono

La parola ripetuta

diviene (qualcosa)

nel tempo

Il silenzio ripetuto

resta (esso stesso)

immutato

E’ l’antitesi del mondo

tra il kaos e il kosmo:

la parola delimita

ciò che il silenzio

lascia in sospeso

la parola sancisce

ciò che il silenzio

non ha giudicato

Il silenzio lascia in sospeso

laddove il limite

avrebbe giovato

il silenzio non si pronuncia

laddove il giudizio

andrebbe adoperato

Il muto per scelta è muto per

essere

o Il muto per scelta è muto per

non-essere?

Artwork: Emma Abad