Il vecchio e il seitan – Piccola storia

Il frigo era vuoto e a cena aspettavamo un paio di amici, quindi sono uscita per andare alla Coop, in quel supermercato che conosco a memoria, perché la disposizione dei prodotti sugli scaffali è sempre la stessa da almeno due anni; mi muovo sicura tra una corsia e l’altra, ma non afferro mai velocemente ciò che mi serve, seguo delle precise logiche che poi sono sempre le stesse, anche quelle.

Al reparto ortofrutta vagava un signore sulla settantina, con i capelli unti e giallicci e il ciuffo spiaccicato in fronte a mo’ di leccata di mucca, gli occhi spenti, velati da una cataratta che fa i capricci: in almeno un paio di occasioni ho avuto la netta sensazione che mi stesse seguendo, senza alcun dubbio mi ha squadrata dalla testa ai piedi, ne sono sicura perché l’ho beccato in flagrante mentre faceva finta di scegliere la mozzarella, mentre io leggevo la scadenza del seitan.

Quella presenza mi inquietava, ad ogni angolo che aggiravo eccolo lì, che mi stava alle calcagna, col suo andamento fiacco: magari è un disperato che non riesce a campare con la misera pensione che percepisce – Stato infame – e vedendo che non mi faccio problemi a riempire il carrello mi sta addosso aspettando il momento del pagamento alla cassa per sfilarmi i soldi dal portafoglio, oppure tenterà lo scambio di busta, e con fare innocente se ne uscirà fischiettando. Peggio ancora, potrebbe essere un maniaco sessuale, uno di quei porci che si recano nei luoghi pubblici solo per palpare qualche ragazza nel fiore dell’età, e ricordarsi così dei bei tempi andati.

Ho raggiunto le casse in uno stato di agitazione spiacevole, dopo aver tentato a più riprese di depistare il maniaco/disperato; la cassiera, flemmatica, ha permesso al vecchio di guadagnarsi il posto dietro di me, gettando al vento i miei sforzi per seminarlo. E’ stato allora che ho sentito un odore pungente, acre, come di ammoniaca andata a male, se è mai possibile che un prodotto chimico ammuffisca; oltre che deviato l’anziano era pure poco avvezzo all’igiene personale, ma guarda un po’ se devo anche patire la puzza di piscio quando vado a fare la spesa!

Nauseata, disgustata da tanta lascivia, pensavo a com’è bella la giovinezza, e a quant’è detestabile la vecchiaia, specialmente quella della generazione dei nostri nonni, che non hanno avuto un’educazione adeguata alla bellezza e all’apparente compostezza della postmodernità; alcuni tentano di adattarsi, ma la maggior parte di essi rimane isolato, uno scarto della società come tutti i poveri, i malati, gli ignoranti, i pazzi e gli incompresi.

Non volevo guardarlo in faccia, il vecchio, mi faceva troppo schifo e la puzza era così penetrante che avrei potuto vomitare sul nastro trasportatore, mancavano solo i biscotti e la marmellata e poi quell’incubo sarebbe finito, sarei potuta uscire fuori e respirare aria fresca, vedere i miei amici che sono tutti così belli, intelligenti e puliti, e di questa storia non ne avrei fatto parola con nessuno.

Appena un istante prima di pagare, ho posato lo sguardo sulla spesa del vecchio; una mozzarella, pane, vino da tavola bianco in tetrapak e una confezione da ottanta pannolini per incontinenti.

<Signorina, signorina! Il pin della carta, prego> <si certo, ecco qua.> ; <Li fa’ i bollini? > <sisi>; <Con questa spesa ha diritto a tre bollini allora> <grazie, buonasera, mi scusi per prima, arrivederci>.

< Aspetti, a me non me servono i bollini, li prenda lei, ecco, so’ tutti quelli che c’ho, tanto sennò li perdo>. <Grazie, grazie. Mi scusi, arrivederci>.

 

Mi scusi, mi scusi, mi scusi, mi scusi, sono giovane, postmoderna e stronza.

E mi viene da piangere.

Dolore Cosmico 2.0

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un articolo di Oliver Burkeman su l’Internazionale, intitolato “ Dolore cosmico ”.

Per la selezione delle informazioni che mi interessano, solitamente seguo un iter specifico; ho i miei “pezzi da novanta” dell’editoria e mi guardo bene dall’abboccare a quelli che chiamo i titoloni del surfista : questa volta però, lo devo ammettere, sono state proprio quelle due paroline messe in fila una dietro l’altra a catturare la mia attenzione.

E sapete perché?

Perché in quel preciso istante della mia vita mi ci sono riconosciuta.

Il punto non è cosa c’era scritto in quell’articolo, quanto piuttosto il fatto che quell’articolo ha saputo dare un nome, e quindi un significato, a ciò che provavo: ho pianto spesso in quei giorni, provando un dolore così grande, così apocalittico, che cosmico è effettivamente l’aggettivo che più gli si addice.

Questo di cui vi parlo non è un sentimento nuovo per chi non sa accettare un sistema nei binari del quale tutti noi siamo costretti a muoverci; al contrario, è una consapevolezza comune a tutti coloro che provano un moto di ripugnanza per gli scempi della bestia che si nutre di denaro.

Perché, voglio che sappiate da subito come la penso, questa è la conclusione alla quale sono arrivata: ogni male da esso si origina e ad esso è riconducibile.

Il vero nemico è quel mostro divoratore che, creato da esseri meno umani degli altri, in meno di due secoli ha contagiato e imputridito ogni aspetto della nostra esistenza.

Nella vita reale ognuno è libero di selezionare le persone di cui circondarsi e di crearsi un personale contesto di riferimento, nel quale riconoscere i proprio valori; nella grande rete globale del web invece, tutti i pesci sono costretti ad annaspare insieme, anche se sono di specie e dimensioni differenti tra loro: è così che la democrazia digitale, l’accesso diretto alle informazioni, la facilità nel creare interazioni, l’abbattimento dei confini spaziali diventano armi (affilatissime) a doppio taglio.

Perché le immagini di violenza che ci propinano quotidianamente ormai sono un’abitudine, fanno scalpore ma non meravigliano più; con la scusa dei “potenti” e del “sistema corrotto”, entità quasi astratte nell’immaginario collettivo, il singolo non viene più considerato.

Il mio dolore cosmico, quel giorno, è derivato non tanto dagli sconvolgenti fatti di cronaca nera, quanto dall’aver preso coscienza del fatto che quegli esseri meno umani degli altri sono diventati tanti, tantissimi: nella grande rete ho visto troppe creature immonde, nelle quali il virus è penetrato fino ai polmoni.

Ho pianto tanto, dicevo, e più piangevo e più affogavo, mentre loro, i mutanti, incuranti dei pesci piccoli, godevano della loro superiore malignità.

Vi ricorda qualcosa questa storia della mutazione?

 * In copertina un’opera di Aleksandra Waliszewska, 2013

Bar aux folies Gryphùs

Soldato in vestaglia

sul campo di battaglia

 

subisco

 

quotidiane scariche

di mitraglia

 

Confeziono pacchi

e ammasso

metalli scintillanti

tirando somme

al suono

di aerei

roboanti

 

Piccoli fanti

armati

di languori vari

circondano

la mia zona

accompagnati

dai veterani

 

Cascate di aghi

pungenti

gelati

scandiscono i miei

umori altalenanti

tra plotoni

di marshmallow

e pizzette fumanti

As Burri.

 Occorre

SELEZIONARE

 

Scegliere.

Ponderare

e puntare

AL VERTICE

saper discernere..

 

URLA da silenzi

arresi

 

CONVINZIONI

da pensieri

a fini fili

appesi

 

oggi

spargo coriandoli

 

CORIANDOLI

 

a tutti gli angoli

dei miei paesi.

 

Ad occhi chiusi

arrendermi

ai flussi più segreti

e alieni:

 

getto a terra

i miei catrami

più appariscenti,

agglomerati

mai distesi

impastati

dagli eventi.

.FLUORESCENTI.

 

D’ora in avanti

abbandono

il figurativo.

Non m’appartiene.

 

Mi dedico

all’informale

materico

 

E’ ben più esplicativo!