IL GIOCO DELL’OCA #1

Piove da giorni.

Non fa freddo, ma l’aria è umida, di quell’umido che si infila dal naso e arriva giù, fino alla gola.

 

Le mattinate sono inspiegabilmente miti, con un cielo sgombro dalle nubi. Appena sveglia spalanco le persiane e mi inchino ai raggi del sole che entrano in casa con eleganza, accarezzano dolcemente i lembi del cuscino, si spostano ad assaggiare la consistenza metallica della sedia vicino al letto e stanchi atterrano sul parquet, senza fare alcun rumore.

 

Disegnano una linea geometricamente perfetta, obliqua, dai contorni sfumati: faccio giusto in tempo a seguirne il corso.

 

Il cielo si rabbuia e l’ombra sprofonda nella plumbea luce dell’indistinto, e anche le mura della mia stanza non paiono più tanto immacolate.

 

Piove.

Goccia dopo goccia, al rallentatore, poi sempre più violentemente: ecco la grandine.

Suona i vetri delle finestre barricate, salta impazzita da una tegola all’altra come le palle matte che si vincevano ai flipper da piccoli.

 

Disegna la terra mentre il cielo tuona.

 

La tempesta è breve come il suo ricordo: appena smette di sbraitare scendo in strada e faccio la conta dei danni. Ottomila almeno sono le foglie cadute dopo essere state stuprate, quattrocento le pozzanghere che ho avuto cura di evitare lungo il tragitto.

 

Ciondolando con il naso all’insù ho respirato gli umori di un mezzogiorno altalenante: sottobosco dal parco, soffritto in padella, qualcuno che si fa la doccia con la finestra aperta, che buon odore, che bagnoschiuma usa?, cane bagnato, Narciso Rodriguez, funghi, segatura del vicino falegname, e poi ancora pneumatici, vai piano con quel macchinone tra i vicoli, ormoni adolescenziali, il vocabolario di Greco che quanto cazzo era pesante, fritto che più fritto non si può, forse questa è curcuma, e incenso, rifiuto organico e vernice, merda, oh merda l’ho pestata, erba per pulirsi e ruggine nell’acqua pubblica.

 

Eccomi qua al punto di partenza, come nel gioco dell’oca, ora ricomincio il giro. Qual è la posta in palio?

 

Piove da giorni.

Non fa freddo, ma l’aria è umida, di quell’umido che si infila dal naso e arriva giù, fino alla gola.

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Peperoncini caduti dal cielo

Questa mattina mi sono svegliata di soprassalto. Ho creduto che il tetto mi stesse cadendo addosso, tanto forte era il rumore.

Non so precisamente cosa stia accadendo lassù, ormai sono giorni che succede, ma la proprietaria di casa farebbe bene a preoccuparsene. Per quanto mi riguarda, il vento non è un problema, anzi; il suono del suo passaggio mi rilassa.

Qui tra i vicoli non c’è mai pace; c’è una stanza di fronte al nostro bagno, e la persiana della finestra si sta sgretolando a poco a poco, a forza di sbattere contro il muro. Un’anta delle due rimane sempre aperta e non ci sono tende, quindi spesso io e Matilde ci buttiamo un occhio dentro. C’è un grande letto arrugginito degli anni ’70, un piccolo comodino di legno e un crocifisso appeso alla parete sopra la porta. Il pavimento è quello tipico delle vecchie case del centro storico, con gli inserti nero e giallo ocra.

In due anni si saranno alternati più o meno una trentina di inquilini, quasi tutti giovani maschi stranieri.

Questa estate, durante il periodo di Umbria Jazz, la stanza era stata affittata ad un ragazzo cinese, e ogni volta che guardavamo di là lo vedevamo seduto davanti al pc. Spesso rideva di cuore.

Il primo anno di università mi capitò di parlare con un collega di Shangai; si faceva chiamare Massimo, ma a parte il suo nome non sapeva una parola di italiano. Mi spiegò in un inglese stentato che in Cina i social network sono tenuti sotto controllo dal governo, ma non ho ben capito se possono accedervi o no.

Dopo il ragazzo felice ne arrivò un altro arabo, che appese la bandiera della Palestina sopra la porta, vicino al crocifisso. Da allora ci è rimasta.

Non mi interessano affatto le vite dei vicini, eppure guardarle scorrere attraverso una finestra è affascinante, anche perché non ne conosco nessuno. Di sera, quando le case si accendono, sembra un presepe; poi verso le 23:30 cominciano a tornare nel buio, una ad una.

A volte, da dietro le tende, si scorgono soltanto le ombre, e allora immaginiamo lunghe conversazioni e scommettiamo sulle prossime mosse che quelle persone faranno. Mi stupisco anche del fatto che non è per nulla difficile prevederle.

Di fronte alla finestra della cucina c’è una casa di studenti, credo che siano calabresi, perché ogni volta che tornano dopo qualche festività portano con sé alcune piante di peperoncino, e le sfoggiano in balcone.

Ieri ero fuori per la solita passeggiata serale con il cane e una violenta folata di vento ha fatto cadere due dei tre vasi dei ragazzi, pochi metri più avanti a noi. Ho pensato immediatamente di avvertirli, poi ho capito che ero stata miracolata, che quei vasi sarebbero potuti cadere in testa a me o a Rocco, e allora ho raccolto i frutti delle piante e me li sono messi nelle tasche. Per pranzo, oggi, cucinerò spaghetti aglio, olio e peperoncino caduto dal cielo.

In città il vento può sbizzarrirsi, perché ci sono tanti fori da riempire e c’è molta ferraglia da smuovere, quindi può suonare musiche d’ogni genere. Se chiudo gli occhi, il cigolio delle grondaie arrugginite, il tintinnio delle antenne sui tetti delle case e il fischio del vento che si insinua nelle crepe delle mura di pietra mi ricorda il concerto che le barche fanno nei porti nei giorni di forza nove.

D’inverno, quando abitavamo sull’isola, mi svegliavo ogni giorno alle 05:50 e rimanevo attentamente in ascolto fino alle 06 in punto; se tutto intorno a me c’era la guerra, allora significava che io potevo rimanere in pace e non andare a scuola. E’ per questo che il vento mi rilassa, perché quando tirava forte attraccare sulla terraferma era impossibile.

Diciassette

Soltanto ieri nevicava, oggi splende il sole.

Aspetto l’ora a cavallo, così sospesa nei suoi gialli ocra e bluette; c’è un ronzio costante nell’aria, come una aspirapolvere otturata perennemente in funzione, e le rondini si cercano per darsi appuntamento nelle loro case.

La metafisica delle ore 17 è così splendente che quasi acceca e fa un po’ paura quando ci cammini in mezzo, tra le sue strade in attesa di riposare definitivamente. Dura soltanto pochi minuti l’ora del passaggio, è un tempo molto denso, come un concentrato di fantasticherie in un sol bicchiere, bevuto tutto d’un fiato. Non si può far altro.

E’ impossibile sfuggire all’ora X, e se ti fermi un momento a contemplarla ne rimani folgorato; ti fa sua creatura, un granello di esistenza che si muove al rallentatore sullo sfondo di uno scenario dipinto ad olio.

E’ vischiosa l’ora del meriggio, quanto la tela del ragno che ti attrae e poi t’intrappola tra i suoi discernimenti, senza possibilità di ritorno.

Basta un secondo per innamorarsene, eppure come tutte le magie cotanta bellezza dura soltanto una manciata di minuti; al pari dell’amante insoddisfatto o dell’ispirazione dell’artista che svanisce sul più bello, a bocca asciutta sprofondi assieme alla notte, che si porta con sé, d’improvviso, ogni speranza di redenzione.

 

 

I frati non son più quelli di una volta – Cronache di un festival #1

A Perugia oggi è iniziata la IX edizione dell’International Journalism Festival. La situazione, per l’occasione, è singolare: il centro storico di Perugia, per la sua già modesta dimensione e a causa di un’urbanistica in saliscendi che accresce ancora di più il senso di raccoglimento dell’acropoli, può essere considerato alla stregua di un paesino di provincia, ma con le dinamiche tipiche delle grandi città. Succede sempre così, ogni volta che c’è una manifestazione in grado di catalizzare un flusso consistente di persone: Perugia diventa un palcoscenico di nicchia, dove si svolge però uno spettacolo teatrale cosmopolita. Con risultati anche goffi, a volte. Ma anche oggi, nonostante l’invasione, la mia Perugia è poetica: sarà per merito di Virgilio, lo strimpellatore innamorato, oppure di Kappio, il ragazzo che suona la fisarmonica come Bregovic ; forse più semplicemente è la primavera ad illuminarla di una luce diversa. Al primo incontro della mattinata decido di sedermi vicino ad un frate, più lontana possibile da tutte quelle persone che prendono appunti al pc, perché il ticchettio dei tasti ( ma anche se qualcuno sgranocchia cibo, se parla con il vicino di sedia, se sbuffa rumorosamente ) è qualcosa che mi fa andare fuori di testa quando sto ascoltando qualcuno parlare. Insomma, il caso ha voluto che mi fossi seduta vicino al frate più fastidioso della storia, che per tutta la durata del panel ha mandato e ricevuto messaggi con il suo smartphone, con tanto di suoneria attiva ! Quando ormai la discussione giungeva al termine, e anzi nel suo punto clou, quasi che anche io volessi intervenire, il frate mi rivolge parola in un deutschItalian incomprensibile, ed io per buona educazione sono costretta a distrarmi e a farmi ripetere la sua domanda: ‘ Ma questo – indicando sul programma cartaceo il nome dello speaker che stava parlando proprio in quel momento – non c’è ! ‘ Era Wu Ming 2 del blog Giap. ‘Mi aspettavo di vedere un cinese’ dice, e se ne va. Con il suo smartphone, il tablet e lo zaino da trekking.

La caduta degli angeli ribelli

Se mentre cammini guardi a terra, vedrai soltanto piccioni, e cacca di piccioni.

Se mentre cammini guardi avanti a te, vedrai la gente, e la gente spesso è brutta.

Ma se mentre cammini guardi in alto, vedrai solo cose belle, perché è verso il cielo che tende la perfezione.

Perugia va vissuta così: se poi, guardando in su, poggi male la caviglia sul sampietrino e cadi, pensa che anche gli angeli son caduti, da lassù.