Per un’ecologia del web. Media digitali, pubblicità e informazione.

Introduzione

Il 5 luglio 1993, quando il web era ancora in fasce e veniva utilizzato per lo più dai soli informatici e studiosi di settore, il fumettista Peter Steiner pubblicava sul The New Yorker una vignetta che, a distanza di ventitré anni, incarna perfettamente le problematiche – o le opportunità – di quello che comunemente chiamiamo web 2.0, cioè la seconda generazione di internet. Un cane, seduto di fronte ad un pc, dice a un suo simile: “Su Internet, nessuno sa che sei un cane”. La frase si presta a diverse interpretazioni: su internet chiunque, che sia un cane, il Presidente della Repubblica o Maria Rossi in virtù del – relativo – anonimato può fingersi qualcun altro, esimendosi da ogni responsabilità legata al suo ruolo; un meccanico che nel tempo libero si interessa di musica può scrivere un articolo sul suo blog e ricevere più visualizzazioni e condivisioni di un esperto che gestisce una rubrica sul Rolling Stone e così via. Il termine web 2.0 è stato coniato dall’editore statunitense Tim O’Reilly nel 2004 per rilanciare un’idea di internet che potesse attirare l’attenzione sul cyberspazio dopo il cosiddetto “scoppio della bolla”, con la crisi in Borsa, nel 2000, di molte start up, e il fallimento di tante società di telecomunicazioni. [1] Tra le molteplici definizioni di web 2.0, quella proposta inizialmente dallo stesso O’ Reilly – “l’uso del web come piattaforma” – nonostante fosse piuttosto generica, ebbe parecchio successo e fu ampliata dagli entusiasti sostenitori della rivoluzione del web, ponendo l’accento sulla democraticità, sull’accessibilità e sulla possibilità di creare contenuti (d’ora in avanti Ugc, cioè User generated contents) e scambiarli tra utenti. Quindi, rispetto al primo web – statico e monodirezionale – la versione 2.0 sarebbe più interattiva, partecipativa e relazionale, grazie a quel complesso di applicazioni come chat, blog, forum, social network, piattaforme per la condivisione dei media e wiki, e grazie ai dispositivi utilizzati per accedere alla rete quali pc, palmari, smartphone, tablet, console per videogiocare e, più di recente, dispositivi indossabili. In realtà, come affermò Tim Berners Lee – uno dei padri fondatori del web – in un’intervista che risale al 2006, il web 1.0 nacque proprio per tale scopo, cioè per connettere le persone, piuttosto che le macchine. [2] Nelle intenzioni dei suoi fondatori il web avrebbe dovuto essere un’innovazione sociale piuttosto che un’innovazione tecnica, migliorando la nostra esistenza reticolare nel mondo e aiutando le persone a collaborare. [3] MSN, Amazon, eBay, Degrees (il primo social network), MySpace, Napster (piattaforma di file-sharing musicali) Google, gli eBook e l’e-commerce esistevano già negli anni ’90, così come i forum, i newsgroup o le chat room; cos’è allora che è realmente cambiato, o che sta cambiando con il web 2.0? Cercheremo di rispondere a questa ambiziosa domanda nel corso del nostro elaborato.

 

Web liquido.

 

Quello a cui si è assistito a partire dagli anni ‘80 è un progressivo cammino verso la disintermediazione [4], in ogni ambito della società: dalla politica di stampo populista dell’ “uno vale uno”, all’economia dei market place virtuali come Amazon o del turismo fai-da-te, passando per l’industria dell’informazione del grassroot e citizen journalism fino ad arrivare alla produzione multimediale della “creatività diffusa” – self-publishing, autoproduzioni musicali, blogging, youtubing etc. Si è parlato di disintermediazione come una sorta di presa di coscienza da parte del popolo che tenta di riprendersi gli spazi dai quali era stato tradizionalmente escluso dall’establishment, perché se si fa da soli si risparmiano tempo e denaro, e magari il risultato è anche migliore: una convinzione figlia della società liquida e dell’epoca che vive, la postmodernità, ma anche di un sentimento diffuso di reazione al potere delle classi dirigenti. La crisi delle “grandi narrazioni” che davano un ordine al mondo, il nichilismo, il consumismo e il soggettivismo sono alla base di una società dell’incertezza[5] che non ha fiducia nelle istituzioni, nella comunità, nel prossimo: una società egotica e senza punti di riferimento. Le tecnologie digitali hanno semplificato la vita dell’uomo consentendogli, tra le altre cose, di bypassare gli intermediari, ma il web 2.0 ha accelerato tale processo spingendosi molto oltre la semplice eliminazione di intermediari dal processo di acquisizione di beni e servizi: ciò che viene messo in discussione oggi è l’autorevolezza, che – alcune volte – coincide con il potere. L’utente del web 2.0 esibisce se stesso tramite le proprie opinioni sui blog o sui social network; è dunque caratterizzato da quello che Casetti ha definito un “fare espressivo” , e, soprattutto, “un fare testuale” [6], perché da semplice spettatore passivo diviene produttore – o prosumer, intervenendo direttamente sul testo che fruisce. Il consumo mediatico, grazie ai servizi offerti dal web 2.0 non è più monodirezionale, perché la produzione del messaggio non è un’esclusiva di una élite di professionisti, come avviene per i cosiddetti old media, ma anche un utente inesperto può creare contenuti multimediali – testi, immagini, video – renderli visibili a una comunità di utenti e commentarli insieme a loro. Se questi contenuti siano meramente commerciali oppure disinteressati non è facile stabilirlo; per questo motivo la nostra analisi non può prescindere dalle questioni legate all’emergere della new economy [7] e delle R- technologies – o tecnologie relazionali: se l’era industriale era caratterizzata dal controllo e dallo scambio di beni, la nuova era dell’accesso si caratterizza per il controllo e lo scambio di concetti, idee ed esperienze. [8] La deriva neocapitalistica del web è stata oggetto degli studi di molta letteratura, che tenteremo di sistematizzare, per quanto possibile, nel secondo capitolo della tesi.

 

E’ tutto oro quel che è Big Data.

 

Se le implicazioni sociali e conversazionali sono connaturate nella struttura stessa del web, e se la maggior parte dei nuovi strumenti e servizi sono in realtà soltanto un’evoluzione dei loro antenati degli anni ’90, è opportuno chiedersi se sotto la definizione di web 2.0 come strumento rivoluzionario e democratico, che ha finalmente messo al centro l’uomo, non si nasconda anche qualcos’altro: un lato oscuro e quindi facilmente corruttibile. In questa zona grigia del diritto, si è insinuato il marketing che, da decenni – è infatti una disciplina che nasce a cavallo tra le due grandi guerre, negli USA – si sforza di delineare il profilo del consumatore perfetto. Attraverso il web 2.0 – perfetto alleato dei marketers – sono i consumatori stessi, il più delle volte, a fornire tutte le informazioni necessarie: i dati personali, quelli relativi alle transazioni con carta di credito, le preferenze, le opinioni e, non da ultimi, dei contenuti di valore che le imprese possono sfruttare per risparmiare tempo e denaro. Il mercato pubblicitario ha trovato un terreno particolarmente fertile nel nuovo mondo digitale; dal social media marketing in cui la conversazione sui social network svolge un ruolo preponderante, passando per il flogging[9] fino ad arrivare al native advertising e al branded content. Alla luce dei recenti sviluppi in tema di privacy e tracciabilità degli utenti online e della rivoluzione in atto nel mondo dell’editoria e, più in generale, dell’informazione online, ci sembra sensato svolgere un’analisi strutturale del web 2.0 con un approccio quanto più multidisciplinare e in una prospettiva globale, come globale è la rete. Analizzeremo parte dell’ampia letteratura che si è interessata al tema, testi tecnico-scientifici che trattano di comunicazione e media digitali, manuali più strettamente sociologici ma anche blog, “produzioni dal basso” e pareri di addetti ai lavori. La questione a cui tenteremo di rispondere è se il web 2.0 si stia veramente evolvendo in uno strumento utile ad istaurare relazioni fondate sul mutuo soccorso – tra utenti e aziende, ma anche tra utente e utente e tra cittadino e industria dell’informazione – o se esso sia, utilizzando l’espressione di Metitieri, soltanto un grande inganno, in cui ad aggiudicarsi le fette più grandi della torta – leggasi monopolio commerciale – sono sempre la stessa manciata di multinazionali che assumono il ruolo di gatekeepers, ovvero i guardiani che determinano le condizioni e i termini dell’accesso alle reti. Nel terzo e quarto capitolo dell’elaborato cercheremo di analizzare l’evoluzione della comunicazione di marketing online, le conseguenze sul sistema dell’informazione di un modello di business orientato al profitto e l’interazione delle logiche del marketing con la “creazione dal basso”.

[1] F. Metitieri, Il grande inganno del web 2.0, Bari, Laterza, 2009, p. 19.

 

[2] Ivi, p. 20.

 

[3] F. Colombo, Il potere socievole. Storia e critica dei social media, Milano, Bruno Mondadori, 2013.

 

[4] Termine utilizzato originariamente in riferimento al settore finanziario dallo studioso Paul Hawken nel suo libro The Next Economy, scritto nel 1983, indicante l’eliminazione di intermediari dal processo di acquisizione di beni e servizi (in termini più specifici, alludeva al potere dei consumatori di gestire direttamente gli investimenti finanziari in titoli).

 

[5] La metafora della “modernità liquida”, da quando Sygmunt Bauman l’ha coniata, è entrata nel linguaggio comune per descrivere la modernità nella quale viviamo, in cui a una libertà senza precedenti fanno da contraltare l’incertezza e il disordine. Si vedano S. Bauman, La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999 e Modernità Liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002.

 

[6] F. Casetti, Ritorno alla madrepatria. La sala cinematografica in un’epoca post-mediatica, Fata Morgana, 8, Visuale, 2009, pp. 173 – 188.

 

[7] Con il termine new economy intendiamo tutte le attività economiche e finanziarie legate all’applicazione delle più avanzate tecnologie informatiche e alle telecomunicazioni (ICT).

 

[8] J. Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Milano, Arnoldo Mondadori, 2002.

 

[9] Da “Flog”, neologismo che nasce dall’unione di fake, cioè falso, e blog.

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786 m s.l.m.

Chi siete voi?

Abitanti di lago o di montagna ?

Quante porte sbarrate e quanti stretti vicoli incontrerò lungo la tortuosa via che porta alla rocca? Quante rose nasceranno al primo lembo di terra vergine e quante serpi periranno ancora sull’asfalto, schiacciate dagli pneumatici delle jeep cariche di legna?

Ogni giardino è uno spazio sacro, un segreto tra chi lo cura e chi lo venera in silenzio passeggiando. I pomeriggi immobili profumano di pietra antica e salvia e rosmarino.

L’aria fresca della sera penetra dalla nostra finestra e di colpo non soffro più l’indefinitezza dell’estate. Poi, quando fa notte, spuntano certi insetti, che chiamano di Sant’Antonio. E si impadroniscono delle antiche vie, tra le erbacce rigogliose.

 

Mi mancherà tutto di questo luogo.

LA SIGNORA IN VIOLA #2

La signora in viola avanza a piccoli passi verso i due ragazzi, che nel frattempo si sono presi mano nella mano, per farsi coraggio; lui ha le ascelle pezzate, mentre a lei è colata la matita nera sotto gli occhi, e la frangetta le si è appiccicata in fronte, divisa in due ciocche sudate come fosse un sipario socchiuso.

Solo qualche centinaio di metri più avanti la signora senza mignoli si è tolta gli occhiali da sole e li ha riposti nella tasca destra del suo cappotto lucido, mentre nell’altra conserva qualcosa di così piccole dimensioni che riuscirebbe a nascondere interamente nel palmo della mano. Da un cielo sgombro da nubi e così azzurro che pare finto, un sole aggressivo cade a picco in testa agli ormai sparuti viaggiatori che aspettano il treno al binario tre.

Non sappiamo quanto tempo sia passato dacché la signora in viola si è alzata dalla panca di marmo, perché il suo camminare somiglia ad una passeggiata sulle nuvole, tanto è leggiadra nei movimenti, composta e misurata; punta diritto verso i ragazzi ma è evidente che non ha fretta alcuna, e anche se ne avesse, non potrebbe darlo a vedere.

“Torniamo all’ombra Leo, mi sento mancare”, “Se scappiamo, quella ci inseguirà”, “Ma se cammina a malapena! Vogliamo aspettare che ci arrivi addosso?”, “Va bene, allora andiamo al bar, dove c’è più gente. Tutta questa storia mi sta dando alla testa”.

I ragazzi, rinfrancati dal nuovo proposito, raccolgono i bagagli e fanno per incamminarsi verso la grande insegna luminosa del bar, quando dai vetusti altoparlanti della stazione esce prima timida e gracchiante, poi sempre più potente e chiara, la voce che annuncia l’imminente arrivo del treno ritardatario, al binario tre.

I signori viaggiatori sono pregati di allontanarsi dalla linea gialla 

“Hai sentito? Sta arrivando il treno!”, “Abbiamo aspettato così tanto che proprio adesso doveva arrivare questo treno infame, e ora che facciamo?”, “Se lo prendiamo, quella prima o poi ci raggiunge. In caso contrario, perdiamo i soldi del biglietto, e chissà quanto dobbiamo aspettare prima che ne arrivi un altro!”.

I signori viaggiatori sono pregati di allontanarsi dalla linea gialla

“Ormai non abbiamo scelta, dobbiamo salire, e lei ci sta alle calcagna”.

Il treno arriva sferragliando al binario tre, la signora in viola è a qualche metro dai ragazzi e sta per estrarre qualcosa dalla tasca sinistra del cappotto viola, ma con lo spostamento d’aria i capelli le finiscono davanti agli occhi, facendola esitare per qualche preziosissimo secondo, giusto il tempo di sistemare i ciuffi ribelli dietro le orecchie.

“Saliamo, ora, muoviti!”.

In un battibaleno la coppia è sul treno; corrono sbatacchiando i bagagli ad ogni angolo dei lerci vagoni di seconda classe, in cerca del controllore. Non hanno la sicurezza che quella donna possa fargli del male, e questo non fa che alimentarne l’angoscia; non possono urlare perché passerebbero per pazzi, eppure non riescono a darsi pace, hanno disperatamente bisogno di qualcuno che li rassicuri, di un’autorità che garantisca per la loro incolumità.

“Mi scusi! Mi scusi!”, “Che problemi ci sono?”, “Io e la mia ragazza siamo davvero spaventati, in stazione c’era una signora strana, vestita di viola dalla testa ai piedi, ci ha guardati tutto il tempo, addirittura ad un certo punto – diglielo anche tu Clelia – ad un certo punto ha sbattuto gli occhi e dove prima c’era l’ombra è arrivato il sole, così, in un secondo!”, “Si, va bene, ma quindi? Che cosa vi fa pensare che sia pericolosa? La primavera può giocare brutti scherzi … ”, “Non ci prenda per imbecilli, la prego, abbiamo la sensazione che sia armata, poco prima di salire stava per estrarre qualcosa dalla tasca! Eccola, è lei, la guardi! Ci ha trovati, sta venendo verso di noi e ha qualcosa in mano!”.

“Salve signora, posso esserle utile?”, “Signora, parla la nostra lingua? Do-you-understand-me?”

La signora in viola, senza fiatare, stende il braccio sinistro in avanti, con il pugno chiuso; scorre lo sguardo vispo prima sul controllore, poi sulla giovane coppia, assicurandosi di averne l’attenzione, e fa schiudere lentamente le dita, una ad una, fino a rivelarne il contenuto.

[…]

 

La prima parte della storia la trovate qui

Il vecchio e il seitan – Piccola storia

Il frigo era vuoto e a cena aspettavamo un paio di amici, quindi sono uscita per andare alla Coop, in quel supermercato che conosco a memoria, perché la disposizione dei prodotti sugli scaffali è sempre la stessa da almeno due anni; mi muovo sicura tra una corsia e l’altra, ma non afferro mai velocemente ciò che mi serve, seguo delle precise logiche che poi sono sempre le stesse, anche quelle.

Al reparto ortofrutta vagava un signore sulla settantina, con i capelli unti e giallicci e il ciuffo spiaccicato in fronte a mo’ di leccata di mucca, gli occhi spenti, velati da una cataratta che fa i capricci: in almeno un paio di occasioni ho avuto la netta sensazione che mi stesse seguendo, senza alcun dubbio mi ha squadrata dalla testa ai piedi, ne sono sicura perché l’ho beccato in flagrante mentre faceva finta di scegliere la mozzarella, mentre io leggevo la scadenza del seitan.

Quella presenza mi inquietava, ad ogni angolo che aggiravo eccolo lì, che mi stava alle calcagna, col suo andamento fiacco: magari è un disperato che non riesce a campare con la misera pensione che percepisce – Stato infame – e vedendo che non mi faccio problemi a riempire il carrello mi sta addosso aspettando il momento del pagamento alla cassa per sfilarmi i soldi dal portafoglio, oppure tenterà lo scambio di busta, e con fare innocente se ne uscirà fischiettando. Peggio ancora, potrebbe essere un maniaco sessuale, uno di quei porci che si recano nei luoghi pubblici solo per palpare qualche ragazza nel fiore dell’età, e ricordarsi così dei bei tempi andati.

Ho raggiunto le casse in uno stato di agitazione spiacevole, dopo aver tentato a più riprese di depistare il maniaco/disperato; la cassiera, flemmatica, ha permesso al vecchio di guadagnarsi il posto dietro di me, gettando al vento i miei sforzi per seminarlo. E’ stato allora che ho sentito un odore pungente, acre, come di ammoniaca andata a male, se è mai possibile che un prodotto chimico ammuffisca; oltre che deviato l’anziano era pure poco avvezzo all’igiene personale, ma guarda un po’ se devo anche patire la puzza di piscio quando vado a fare la spesa!

Nauseata, disgustata da tanta lascivia, pensavo a com’è bella la giovinezza, e a quant’è detestabile la vecchiaia, specialmente quella della generazione dei nostri nonni, che non hanno avuto un’educazione adeguata alla bellezza e all’apparente compostezza della postmodernità; alcuni tentano di adattarsi, ma la maggior parte di essi rimane isolato, uno scarto della società come tutti i poveri, i malati, gli ignoranti, i pazzi e gli incompresi.

Non volevo guardarlo in faccia, il vecchio, mi faceva troppo schifo e la puzza era così penetrante che avrei potuto vomitare sul nastro trasportatore, mancavano solo i biscotti e la marmellata e poi quell’incubo sarebbe finito, sarei potuta uscire fuori e respirare aria fresca, vedere i miei amici che sono tutti così belli, intelligenti e puliti, e di questa storia non ne avrei fatto parola con nessuno.

Appena un istante prima di pagare, ho posato lo sguardo sulla spesa del vecchio; una mozzarella, pane, vino da tavola bianco in tetrapak e una confezione da ottanta pannolini per incontinenti.

<Signorina, signorina! Il pin della carta, prego> <si certo, ecco qua.> ; <Li fa’ i bollini? > <sisi>; <Con questa spesa ha diritto a tre bollini allora> <grazie, buonasera, mi scusi per prima, arrivederci>.

< Aspetti, a me non me servono i bollini, li prenda lei, ecco, so’ tutti quelli che c’ho, tanto sennò li perdo>. <Grazie, grazie. Mi scusi, arrivederci>.

 

Mi scusi, mi scusi, mi scusi, mi scusi, sono giovane, postmoderna e stronza.

E mi viene da piangere.

Sul potere (e sulla libertà) ho tante domande

Ammettiamo che sia il potere a dare forma alle cose, e diciamo anche che chi lo subisce, per il solo fatto di porsi nella condizione passiva di ricevente, ne legittima l’esistenza, assumendo quelle forme come vere.

Il potere in questo senso può essere inteso come una convenzione sociale sedimentata, una sorta di a priori del quale non si sente la necessità di discutere, perché viene posto e recepito come una condizione “fattuale”: “così è sempre stato”, “così hanno sempre fatto”. La storia che non si può mettere in discussione.

Ma se alcuni tra gli assoggettati al potere decidono di non riconoscere una o più forme imposte, ciò li porrà in una condizione di emarginazione sociale: verranno tacciati di pazzia, verranno incarcerati o verranno semplicemente derisi.

Allo stesso modo, se quegli assoggettati insofferenti alle forme dettate dal potere divengono tanti, diciamo una maggioranza della popolazione, riuscendo a distruggere alcune delle forme prestabilite e a delimitarne delle altre, allora questi non diverranno, di nuovo, essi stessi il potere assoggettante, tradendo i propositi iniziali?

Sembra un circolo vizioso ( o virtuoso ) in cui è la massa a decidere la storia.

Ma forse è la dialettica del potere ad essere sbagliata. O forse è la libertà che va ridefinita.

Preferisco annoiarmi

Aeroporto di Ciampino, cinque minuti circa alla chiusura del gate. L’aria è viziata e la folla quanto mai eterogenea: uomini e donne di mezza età, anziani, carabinieri in divisa, suore e un paio di coppie sui vent’anni. Di addetti all’imbarco nemmeno l’ombra. Mi siedo per terra e ricontrollo il biglietto. Sono le 19:50 e la partenza del volo è prevista per le 20:05. Mi guardo intorno in cerca di segnalazioni sui tabelloni, ma l’unico schermo acceso è quello di fronte a noi, che trasmette a ripetizione uno spot in cui la vita dei sorridenti e bellissimi protagonisti è resa magnifica dai selfie che scattano in ogni luogo e in qualunque occasione; a seguire, un anonimo tg rivela l’andamento degli indici delle borse mondiali, quasi tutte in rialzo, compreso il settore editoriale in Italia (!!). Lucido tentativo, in un luogo di passaggio considerato “neutrale” perché al di fuori dello spazio della televisione e degli altri media, di sviare la nostra attenzione, sin troppo segmentata e confusa a causa della miriade di stimoli ai quali siamo costantemente sottoposti, dalle questioni realmente importanti, facendo leva su un immaginario collettivo alterato, per il quale l’apparenza basta a creare una realtà a sé stante, in cui rifugiarsi e poter di-mostrare agli altri che va tutto bene. Sempre più connessi, sempre più soli. Mentre mi crogiolo nelle mie supponenti supposizioni, di certo senza alcun fondamento, sul carattere vagamente persuasivo della catena mediatica trasmessa dagli schermi dell’aeroporto, cerco disperatamente un segno, il via libera all’imbarco, l’hostess che finalmente potrà redimerci da questa straziante attesa. Ore 20:15. A quest’ora dovremmo già essere tutti a bordo del boeing 737, a quest’ora, pensavo, se avessi uno smartphone o un tablet, magari di quelli che pubblicizzavano poc’anzi e che tutti qui in fila, a parte le suore, tengono in mano da un’ora e mezza circa, avrei potuto chiamare l’ufficio reclami o il numero verde dell’aeroporto per avere le dovute spiegazioni. Mentre impreco e visibilmente insofferente mi sfilo il giacchetto, me lo rimetto, bisbiglio qualche frase per nulla bonaria al malcapitato addetto del gate a fianco e tento di ascoltare le sporadiche comunicazioni provenienti dagli altoparlanti, i miei compagni d’avventura, al contrario, sembrano piuttosto rilassati, perché completamente assorbiti dall’altro mondo, quello digitale, dove non ci si annoia mai perché c’è sempre qualcosa da fare e le interazioni sociali sono a portata di click: un mondo dove tutto appare estremamente semplice, una dimensione completamente parallela e per certi versi opposta a quella reale. E’ come se il tempo infinitamente dilatato del web avesse inghiottito tutti, in qualunque luogo ci si trovi, grazie ai dispositivi portatili, e in qualsiasi situazione; il rischio che si corre, tuttavia, è reale: durante le ore trascorse in fila, più di un centinaio di persone, differenti per sesso, età e regione, hanno preferito starsene al loro posto, senza protestare, senza interagire tra loro o far domande, con il loro smartphone/tablet tra le mani, come fossero ipnotizzati, aspettando passivamente che qualcuno giungesse ad aprire i cancelli, per poi riversarsi come una mandria impazzita oltre quest’ultimi. Il fine della tecnologia è semplificarci la vita e rendercela meno noiosa; ma se occupiamo il nostro già miserrimo tempo libero in un mondo fittizio che non ci appartiene veramente, dimenticandoci di riflettere su ciò che è realmente importante, e se ci affidiamo alla tecnologia ogni qualvolta ci troviamo in difficoltà, senza sforzarci di comprendere gli eventi nel profondo, non stiamo forse compiendo un processo di de-involuzione del genere umano? Questi e altri pensieri circa il progresso affollavano la mia mente, quando finalmente, con un’ora e trenta di ritardo, ci fanno imbarcare. Per affrontare un viaggio di quaranta minuti, durante il quale la maggior parte delle persone ha dormito. Forse si erano stancate troppo nella loro second life o forse, in questo brutto mondo, è meglio non pensare, chiudere gli occhi e fregarsene … dei pesci. Dopotutto pescare è noioso.

La parabola del buon mutante

Nel precedente articolo ho tirato in ballo i mutanti, queste orribili creature che hanno colonizzato il mondo intero e che, da una decina d’anni a questa parte, iniettano il proprio letale virus anche nel world wide web, riproducendosi come cellule impazzite.

I mutanti si credono predatori astuti (ma se la prendono soltanto con i pesci più piccoli), si muovono esclusivamente in branco e sono convinti che l’unico significato del termine “valore” sia “prezzo”: sembra la descrizione dei cattivi nelle favole per bambini, e invece, si tratta del nuovo tipo (nel senso psicologico/molieriano del termine) che avanza.

E’ pur vero che i mutanti sono stati, prima che una specie offensiva, le vittime predilette dal sistema: uomini frustrati, incapaci di provare piacere nelle piccole cose e dimentichi di essere/esseri/umani. Bersagli estremamente inclini al contagio e predisposti a portare avanti un’opera di progressivo svuotamento dei valori in nome del Dio Denaro.

Questo vago scenario vi sembra forse troppo apocalittico?

Pensate per un momento al film “The Wolf of Wall Street”, adattamento dell’omonima autobiografia di Jordan Belfort, uno dei broker di maggior successo nella storia della borsa di New York.

Questa pellicola descrive al meglio la parabola del buon mutante; nel caso specifico, per metà uomo e per metà lupo: spregiudicato, arrogante, dedito alla lascivia. Un corpo privo di anima.

Non si tratta di un caso limite: i prodotti del cinema, così come quelli della letteratura, della musica e via dicendo, sono lo specchio della realtà. In particolare, i prodotti di massa sono, per antonomasia, lo specchio della maggioranza della società: confezionati ad hoc secondo e per il pensar comune.

Quello che voglio dire è che, alla maggior parte degli spettatori presenti in sala, quel film è davvero piaciuto. E non è piaciuto soltanto perché Scorsese è un bravo regista e DiCaprio un ottimo interprete: è piaciuto soprattutto perché in tanti sognano una vita proprio come il protagonista, il mutante mezzo uomo e mezzo lupo.

C’era un filosofo, nell’antica Grecia, che parlava di catarsi: quando lo spettatore, a teatro, assisteva ad una rappresentazione tragica, il suo animo si purificava dalle passioni.

Secondo Aristotele, lo spettatore medio del IV secolo a.C. (!!) provava in prima persona i conflitti dei protagonisti della tragedia, e capiva attraverso questa spiacevole immedesimazione quali fossero le azioni da non ripetere: di fatto, imparava la differenza tra bene e male e nel caso, si liberava dal pensiero di quest’ultimo.

Siete ancora convinti che il progresso sia cosa buona e giusta?

* In copertina un’opera di Simon Prades